Le vite degli altri.

Vivo un momento di riflessione sulle amicizie che mi sta appunto facendo pensare tanto a quelle che sono le vite degli altri.

Ho avuto modo di passare recentemente tempo con persone che considero amiche e Amiche, ma l’uso della maiuscola è stato a conti fatti l’unico dettaglio a renderle diverse. alla fine di queste ore passate insieme, ore in cui io ho dato nutrimento alla mia curiosità, per il loro mondo, i loro pianeti, perché voglio sapere tutto delle stelle che guardano la notte, dopo tutte queste ore io mi sono resa conto di non aver raccontato niente.

E questo mi ha reso tristissima.

E mi ha reso anche colpevole, perché il solo pensiero mi ha fatto sentire egoista. 

Perché io sono così, non riesco a prendere su il telefono per raccontare le mie storie, penso sempre che gli altri abbiano delle vite diverse con problemi per loro maggiori. E allora le metto in un cassetto, le chiudo lì, le riapro nelle giornate di spleen come oggi.

E mi ha fatto sentire tristissima il pensiero che poco tempo fa io sono stata infelice, anche solo per qualche giorno, e non ho avuto il coraggio di dirlo a nessuno. Perché come ho avuto invece il coraggio di dire a qualcuno, è difficile deludere le aspettative di chi pensa che tu stia bene. È molto tanto difficile per me ammettere che a volte non si sta bene, in queste vite imperfette che amiamo. 

E alla fine di queste ore con le amiche, io ero felice di averle fatte parlare. Perché io sono interessata a loro. Ma ho guardato da fuori le vite degli altri e per un attimo ho pensato “ma nessuno è curioso della mia trama?”. 

Le piccole vanità di quelli che devono sempre farsi una domanda, e farebbero prima a farla agli altri.

Però una cosa la so: ci sono due persone che mi ascoltano. Sempre. E ho la presunzione di pensare che lo faranno sempre, non per chiedermi ora di un attimo di infelicità passata, ma con la delicatezza e il sentimento che li motiva ad essere anche, probabilmente, gli unici lettori del mio blog con i quali non sono sposata.

Vi voglio bene. 

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Body and soul.

La scorsa settimana ho guardato un documentario che mi ha consigliato e sconsigliato Lui, quello sulla vita e la disfatta di Amy Winehouse. Un racconto amaro, che fa arrabbiare e pensare quando chi ti sta intorno sia anche chi ha il potere di farti più male.

Mi ha colpito un episodio, in particolare, un episodio che racconta la rumorosa sincerità di quell’artista che era Amy: nel 2011, a pochi mesi dalla morte, inutile, fiacca, sbagliata, registra un duetto con Tony Bennet che per lei era Dio vestito da cantante. Io ci ho pensato, a chi sarebbe il mio corrispettivo, ma non me ne viene in mente uno: per lei era uno che ti mette così ansia da farti ingoiare la voce, praticamente il suo mito che a un certo punto voleva duettare con lei, ragazza tutta al contrario del giusto e del lecito. 

E lei è così agitata che dice solo cose a caso, mentre lui la rassicura e la convince come solo pochi nonni sanno fare. Lui che è leggenda le dice che è un onore lavorare con lei, che una matta con un talento pazzesco.

E insieme cantano un duetto di una eleganza incredibile, che è stato il Nostro ballo, quel Giorno, un duetto che ti immagini cantato da due artisti bellissimi che ballano in abiti da sera su una terrazza estiva di notte, e invece è il frutto di un improbabile incontro tra un vecchio fatto di polvere e una giovane fatta e strafatta.

Lei muore, poco dopo, e il duetto nemmeno se lo gode. Ma muore con la certezza di avere fatto qualcosa di incredibilmente figo.

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Bunny Boiler. 

Quando passo un po’ di tempo all’estero, una delle cose che mi piace di più è che magicamente capisco qualche parola in più dei testi delle canzoni. È come se l’orecchio si sintonizzasse su un’altra frequenza, e riuscisse a compiere quell’impresa che ogni tanto mi riusciva, alle medie, quando la Prof Luccarini mi diceva “tu sei in gamba perché pensi in inglese”. 

Inoltre, in questa settimana due fattori hanno ulteriormente perfezionato la mia sintonizzazione: l’aver passato le serate a guardare intere puntate di Friends (beh, e poi Magic Mike XXL, non che li però abbia ascoltato molto, ecco), e l’aver lavorato su un progetto importante con un omino che mi piace definire cockney, senza avere bene idea di come utilizzare questo termine, che per me significa uno della provincia che non parla l’inglese della Regina. Praticamente come uno di Quarto Oggiaro che dice due parole in milanese, e una in napoletano.

Beh insomma, questa settimana nel mio cineforum ho visto anche Attrazione Fatale, che incredibilmente in inglese si chiama Fatal attraction. E ho imparato da questo omino che il film fu un tale caso che venne coniato il termine bunny boiler proprio per indicare quelle persone che non si danno pace e arrivano a fare cose abominevoli perché non sanno accettare un basta. 

E pensavo a ciò che penso sempre, che è un mistero come l’amore arrivi e se ne vada in modo altrettanto misteriosi. E che conosco viole che sfioriscono, come lamentava Rino, e tu vorresti annaffiarle, ma in realtà loro hanno bisogno di esser concimate, e invece ricevono solo amaro diserbante. 

Pensavo alla mia dolce amica che oggi è andata a sognare davanti agli origami svizzeri, fragili come lei, e a quella gita impossibile, dopo la quale sono sicura che lei abbia pianto. 

Io per loro spero che arrivi un vento fortissimo, di quelli che ti ribaltano le sedie di plastica in balcone, e che però ti fa volare via anche tutta questa polvere velenosa.

E spero che questi amati non abbiano mai la malaugurata idea di comprare un coniglio ai loro figli. 

Ps. 

Sarà un autunno ambizioso, il Nostro. E ora torno dove ho lasciato il cuore.

E per salutare l’arrivo delle ambizioni autunnali, vi saluto con la mia non ambiziosa cena. 

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I sei sensi.

UNO, gli occhi.

La luce dei lunghi tramonti canadesi, quelli che sembrano non volersene andare mai, discutendo con i primi palazzi che si accendono a Downtown Vancouver, o indugiando su quei laghi verde acqua (che poi, se non hai mai visto un lago in Alberta non lo sai che colore sia il verde acqua).

DUE, la bocca.

Quella che va a fuoco con i temibili jalapenos, o che si dipinge i baffi con la birra di Tofino. O il sapore dei baci al gusto Caraibi, che sanno di sale e di succo all’ananas.

TRE, le mani.

Quando c’è una turbolenza e tu mi stringi forte, per stabilizzarti la paura. quando come due bruchi ci racchiudevamo nel bozzolo di quel baldacchino bianco, come se lì dentro non potesse toccarci niente, se non noi.

QUATTRO, il naso.

Tuffarlo nel pelo di nostra figlia e intasarlo di peli bianchi e profumati, quelli di cui abbiamo parlato ogni giorno.L’odore dell’aria di ghiaccio, quando sul ciglio della strada  ci fermavamo a guardare quei cieli azzurri, rigato dalle aquile.

CINQUE, i rumori.

Quando tendevo le orecchie col terrore di sentire un orso. 

La musica, ascoltata sull’oceano, nei boschi, in cielo. Ovunque musica, come a cercare sempre una colonna sonora per le nostre storie.

E il suono delle risate, quelle che partono con un sorriso, quelle di cuore, quelle di pancia.

SEI, il cuore.

Sentire che i nostri cuori godono di ottima salute, insieme. E cercarne i battiti, per rimanere sintonizzati, ovunque. 


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La fabbrica di plastica.

Ho provato ad essere come tu mi vuoi

tanto che sai in fondo cambierei

ma son fatto troppo troppo a modo mio

prova ad esser tu quel che non sei!

(G. Grignani, La fabbrica di plastica).

Prima che marcisse del tutto, nel 1996 Grignani cantò questa canzone, a mio modesto parere una delle più belle degli anni Novanta italiani.

La ascoltavo oggi, sotto un cielo di quegli azzurri che vedi solo al mare, e mi è sembrato l’incipit giusto per questo post sui difetti, i miei difetti, che da qualche giorno mastico in bocca.

Sono una testona, veramente ostinata:  a costo di fracassarmi contro un muro, vado dritto, nonostante i cartelli, se mi ricordo che di lì c’era una strada.

Voglio sempre avere l’ultima parola, battuta, lettera, complemento, commento. Lo devo dire io. Difficile – forse impossibile – che io la dia vinta.

Sono egocentrica, nella maniera in cui applico il mio modo di pensare anche agli altri.  Se un determinato atteggiamento non infastidisce me, dò spesso per scontato che gli altri applichino a tale fatto il mio stesso livello di sensibilità.

Se litigo, parlo chiedo e indago fino allo sfinimento: non sopporto il silenzio. Devo triturare ogni parola, per riciclare un litigio e renderlo compost per i fiori.

Parlo: troppo, troppo a lungo, troppo in largo. Ho sempre l’istinto di dare più informazioni del necessario, a commentare tutto e tutti.

Non so dire no: piuttosto mi divido a pezzi, ma provo sempre a dire sì, facendomi prendere dai sensi di colpa ogni volta in cui perdo un punto di aspettativa.

E sicuramente ce ne sono tanti altri, ma adesso è pronto il risotto e scusate ma di certo tra i miei difetti non c’è cucinare risotti mediocri.

Lascio qui una canzone, che dal primo momento mi ha fatto sorridere,  e pensare a come un cinghiale descriverebbe la sua faina sfuggente e irrequieta.

 

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Se questo fosse vero amore.

(Non si parla di Amore, qui, ma di un’altra variazione dell’amore).

Da qualche tempo un’idea mi ronza nella mente: sospetto che un amore che consideravo grande non sia più tale.

È una affermazione forte, riservata a uno di quegli Amici che ha la A sempre grande, e non solo per volontà onomastica. E vorrei farla tutta d’un fiato insieme ad un’altra affermazione, ossia che questo pensiero non sposterà di una virgola il mio, di amore verso questo Amico.

Ma sai quando poi prendi l’insieme A delle parole/promesse, e l’insieme B dei fatti, li unisci come ti insegnavano a scuola e in mezzo trovi poca ciccia? Ecco, penso che queste nostre nuove forme fisiche abbiano un po’ sciupato la forma del nostro amore.

Se penso a quando speravo ci fossi, e non ci sei stato, e a quanto enormemente c’eri in un tempo diverso, mi accorgo che il prezzo di una villa di felicità lo paghi in qualche mattone non di prima scelta, in una tubatura che perde, in un dondolo che cigola un po’.

Io me lo ricordo, quel dondolo che ballava al tramonto e non cigolava mai. E mi manca, quell’ebbrezza folle di anni ormai archiviati.

È così, prima di addormentarmi, quando ci sono ancora gli ultimi rumori a coprire i pensieri che scricchiolano un po’, ti lancio questa provocazione, questa sfida come ci piaceva fare da ragazzi: ti proposi di leggermi, non penso tu lo faccia qui. Ma magari sì, magari leggerai questa lettera e lancerai lo sguardo lontano, magari ti partirà nella testa una canzone drammatica tipo “Celeste nostalgia” e ti farai un sorriso un po’mesto.

Sappi però che io ti amo uguale, poco importa se il dondolo cigola un po’. Però non ho più quella musica assordante di giovinezza che ci assordava le orecchie insieme, e allora qualche rumore in più ogni tanto lo sento.

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+ 1.

 

 

Canzone trovala se vuoi
Dille che l’amo, se lo vuoi

Vaaa per le strade tra la gente
Diglielo veramente
Non può restare indifferente
E se rimane indifferente non è lei.

Passare dal 16 al 28 al #beyond non sarà facile.

Niente sarà facile, tra noi.

Ma se fosse stato facile, saremmo state due persone diverse.

Per cui vorrei prometterti di aver sempre voglia di cantare al tuo fianco, come quelle cantatone felici che facciamo durante i viaggi.

Buon +1, buona prima Canzone.

Buon Noi.

 

 

 

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#beyond

Mi sono auto caricata di ansia da prestazione per questo articolo in maniera tale da esser già preoccupata di non metterci tutti i colori che avevo in mente arrivata alla riga cinque.

Ci siamo sposati, io e Lui, in cinque minuti perché poi doveva entrare una delegazione di cinesi nella sala comunale. Con noi, due parenti che piangevano, un Amico che ci ha regalato un bastone da selfie inutilizzabile, una Amica che é alta il doppio di me, pesa la metà, e si era messa una gonna uguale alla mia.

Ci siamo divertiti, io e Lui, in un caldo sabato pomeriggio fatato, sommersi di petali di rose e lacrime di gioia di chi ci ama. Abbiamo ballato come due folli, ci siamo mangiati con gli occhi e con i cuori.

Ci siamo amati, io e Lui, ma questo avevamo cominciato a farlo già molti, molti, molti 16 fa. 

Ti ho già detto tutto ciò che sei per me. Ora, come diceva il detto: basta parlare di Amore, cominciamo ad ascoltarlo. 

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Bau.

Bau Max,

conoscendoti, sarai alle porte del di là a controllare chi passa perché diciamolo, fare il portinaio ti piaceva proprio un sacco.

Quando la tua sorella di anima te lo lasciava fare, per renderti più piena la vedovanza, eri come quei vecchietti che ritrovano una seconda giovinezza andando al mare, quando ti ubriacavi di coccole e complimenti, evitavi a fatica le zampate di Micio, ti beavi di saper sempre chi c’era e chi non c’era, costringendo chiunque a spendere una parola con te, su di te.

Sono passati due mesi dall’ultima volta che ci siamo visti, che buffo quando incontravi tua cugina bianca sul pianerottolo, tu le scodinzolavi e lei da antipatica diventava la solita palla di pelo. Mi hanno però raccontato di te che sei ringiovanito un sacco, peli bianchi a parte, che hai scoperto la nobile arte della caccia al cervo, che hai dimostrato in barba all’età di saper saltellare molto meglio della tua sorella di anima, che nel sofisticato ambiente british comunque ti muovevi parecchio bene.

Ho sentito dire anche che eri felice, ad aver Lei sempre tra i piedi, a trovarla in giro per le stanze, mica come quando la dovevi aspettare anche un giorno intero; era come se fosse sempre domenica, e ovviamente a te le domeniche piacevano parecchio.

Ti ha chiesto di poter andar via un paio di giorni e tu l’hai lasciata andare, non solo, l’hai pure fatta preoccupare di meno. Le hai detto vai vai, io sto bene, come quando le mamme ti dicono prendi pure la mia ultima fetta di torta, tanto a me non andava.

Bau Max, oggi parlavo con una signora bionda e riccia che ti amava tanto, ci siamo commosse e poi abbiamo riso. Però sono più i sorrisi che le lacrime, perché sei stato dannatamente fortunato, hai amato e sei stato amato.

E stasera quando sono tornata ho infornato una torta, perché domattina vorrei svegliarmi sperando sia un giorno meno doloroso di oggi, non per me, per Lei.

E vorrei che stasera si prendesse il suo tempo, e ti pensasse lì che sulla porta, su una porta di un piano un po’ più altro del loro, per il quale discutono perché con l’interrato forse è un primo forse un secondo forse chissà, e si ascoltasse questa canzone, che la mia mamma ascoltava quando perse un fratello di anima peloso, e che io ascolto sul tuo divano, circondata dai tuoi ricordi.

Good luck.

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Accanimento terapeutico.

Stasera mi sono cucinata un risotto agli asparagi, annaffiato di vino Rosè.

Il risotto lo considero uno degli alimenti che più mi coccolano in assoluto, prepararmi un risotto significa volermi proprio bene. Devo trovar tempo, ottimi ingredienti, pazienza, non troppa fame. Insomma, devo aver voglia di me.

Nonostante la premessa, questo è un post sul dolore.

Lo scorso sabato sono stata al funerale della mamma di un collega, che è anche un amico. Una chiesa buttata su una rotonda, una giornata più fredda del dovuto; la soddisfazione di vedere che quasi tutto l’ufficio c’è, che esiste anche qualcosa che va oltre il lavoro.

Vederlo scendere dalla macchina col feretro, da solo, mi ha lacerato il cuore: in questi momenti sei abituato a vedere i parenti stretti stretti quasi a tenersi su a vicenda, e invece lui di parenti non ne ha più. Perché, come discutevo tra uno spritz e uno spritz con una collega, che è anche una amica, il giorno prima, la vita si accanisce proprio come una merda contro certe persone. Porta via loro tutto l’amore, loro ne producono e lei lo strappa via, con un sadico accanimento.

Eravamo lì perché sua madre è morta (odio l’espressione “se ne è andata”. Ma dove, di grazia? ha cambiato Stato? abbiamo il coraggio di chiamare morte la morte. Dove vadano i morti, nessuno lo sa, ma ognuno ha il diritto di immaginarselo come un posto perfetto: ad esempio, mio nonno credo sia in bocciofila a giocare a briscola, con una bottiglia di Lambrusco da stappare).

E’ morta e lui si è arrabbiato, lo è ancora, perché nessuno gli aveva detto sul serio che sarebbe morta. O meglio, non subito, non ora, non ancora. E io pensavo: Ma due mesi in più, senza nessuna speranza, a chi servono? ti farà davvero meno male, se per altri due mesi la vedrai ogni giorno soffrire? Non credo nell’accanimento terapeutico.

Vado in giro con la tesserina da donatore di organi, perché mi piace pensare di andarmene regalando momenti miracolosi a qualche altro disgraziato che non ha il coraggio di sperare che un altro umano muoia.

Poi però penso a mia mamma, che ho visto uscire dalla sala operatoria un mese fa, per una cosa molto più lieve, ma tutta molle e debole su quel letto, e io ho pensato che tutto a d’un tratto non sapevo cosa fare, perché in una situazione così avrei chiesto a lei, che fare.

E penso che Lui ha ragione, quando dice che dobbiamo abituarci alla Morte, Lui che ho dovuto svegliare parlando di Morte poco tempo fa.

Ma che questo pensiero mi fa una paura fottuta, e allora ogni giorno in più sarà un giorno in più per un miracolo non credibile, ma sperabile.

Ho un accanimento terapeutico nei confronti della felicità.

 

 

 

 

 

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