Runaway train.

Ogni settimana prendo due treni. Uno triste ed assonnato che va verso il Nord, uno emozionato ed esausto verso il Sud.
Ho il sedere omologato a qualsiasi tipo di seggiolino, e mi circondo delle persone più strane. Perché chi prende un treno ha sul volto impresso il motivo del viaggio, lo leggi nelle rughe o nei sorrisi, lo percepisci ascoltando con indifferenza le chiamate. Ci si parla con gli occhi per commentare un passeggero più strambo del solito, si rimane zitti davanti alla sfuriata di un controllore nervoso.
Si va tutti da qualche parte, o si torna, ma a differenza della macchina qui il viaggio un po’ lo subisci. Decide lui quanto correre, quanto fermarsi. È un po’come la vita, il treno: tu definisci le mete ma le modalità non le dominerai mai del tutto.

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura…

Francesco Guccini, La locomotiva

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