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Bunny Boiler. 

Quando passo un po’ di tempo all’estero, una delle cose che mi piace di più è che magicamente capisco qualche parola in più dei testi delle canzoni. È come se l’orecchio si sintonizzasse su un’altra frequenza, e riuscisse a compiere quell’impresa che ogni tanto mi riusciva, alle medie, quando la Prof Luccarini mi diceva “tu sei in gamba perché pensi in inglese”. 

Inoltre, in questa settimana due fattori hanno ulteriormente perfezionato la mia sintonizzazione: l’aver passato le serate a guardare intere puntate di Friends (beh, e poi Magic Mike XXL, non che li però abbia ascoltato molto, ecco), e l’aver lavorato su un progetto importante con un omino che mi piace definire cockney, senza avere bene idea di come utilizzare questo termine, che per me significa uno della provincia che non parla l’inglese della Regina. Praticamente come uno di Quarto Oggiaro che dice due parole in milanese, e una in napoletano.

Beh insomma, questa settimana nel mio cineforum ho visto anche Attrazione Fatale, che incredibilmente in inglese si chiama Fatal attraction. E ho imparato da questo omino che il film fu un tale caso che venne coniato il termine bunny boiler proprio per indicare quelle persone che non si danno pace e arrivano a fare cose abominevoli perché non sanno accettare un basta. 

E pensavo a ciò che penso sempre, che è un mistero come l’amore arrivi e se ne vada in modo altrettanto misteriosi. E che conosco viole che sfioriscono, come lamentava Rino, e tu vorresti annaffiarle, ma in realtà loro hanno bisogno di esser concimate, e invece ricevono solo amaro diserbante. 

Pensavo alla mia dolce amica che oggi è andata a sognare davanti agli origami svizzeri, fragili come lei, e a quella gita impossibile, dopo la quale sono sicura che lei abbia pianto. 

Io per loro spero che arrivi un vento fortissimo, di quelli che ti ribaltano le sedie di plastica in balcone, e che però ti fa volare via anche tutta questa polvere velenosa.

E spero che questi amati non abbiano mai la malaugurata idea di comprare un coniglio ai loro figli. 

Ps. 

Sarà un autunno ambizioso, il Nostro. E ora torno dove ho lasciato il cuore.

E per salutare l’arrivo delle ambizioni autunnali, vi saluto con la mia non ambiziosa cena. 

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Nove cose da sapere (Fuck the FAQ).

Ora che è passata la bufera lavorativa, in un piovoso venerdì, io qui e la micha lì, buttata in un tragico angolo casual con felpona e camicia da notte natalizia con la renna (perché è un attimo che siamo a Natale), rifletto sul poco tempo che manca al Giorno, anzi al GIORNO, così importante da meritare tutte le maiuscole, come quando in un messaggio vuoi far capire che urli (di gioia, qui).

E allora, nove piccole cose (perché diciamolo, quelli che di cose ne scrivono dieci hanno anche un po’ stufato) senza soluzione di continuità su quello che accadrà da ora.

1 – Non sopporto che persone che si ripetono. le trovo molto poco attente. e odio ripetermi. in questo periodo in cui le domande sono spesso simili, non so mai se e cosa io abbia già raccontato. Perciò metto tre cose qui, che dico sempre, così almeno mi ricorderò di averle dette: le FAQ del matrimonio, insomma.

2 – Prima cosa: Il mio vestito sarà splendido, anche se lo zio terrorizzato da farmi fare la figura della poratcha dice che è un abito da nazista. 

E questo non significa croci celtiche, ma un vestito semplice, senza pizzi pazzi, perline, lustrini, colombe bianche, cigni intrecciati, un vestito così semplice da provocare un unico pensiero ossia: mazza come sta bene e star bene senza niente vuol proprio dire essere belli.

3- A chi mi chiede “è tutto pronto?” la risposta è sempre “sì, quasi” ma la vera risposta dovrebbe essere NO CAZZO STO MORENDO DI AGITAZIONE DA IPERPERFORMANTE. non so quando fare le cose, che magari sono pure già fatte, ma che io penso sempre possano essere fatte in un modo migliore.

4- Non c’è un tema del matrimonio, o meglio il tema è ognuno al meglio delle proprie potenzialità. Non c’è un colore del matrimonio, ecco se non venite vestite color Stabilo Boss lo apprezzo, ma del resto potete venire anche con un colore di pelle diverso per l’occasione, noi non vi giudichiamo.

5 – Seconda cosa: io ho delle scarpe brutte e povere, mio marito delle scarpe bellissime. Penso che questo come moglie sarà il primo gesto che non gli perdonerò mai del tutto. Come fidanzata, per ora mi limito a non vedere quel sacchetto Rosso Amore dentro la nostra scarpiera.

6 – Al nostro matrimonio ci si divertirà tantissimo. Questa è una presunzione della quale non mi voglio privare. So che sarete felici nel renderci felici.

7 – Dubito ci saranno foto in posa. Perché il nostro rapporto non è mai stato fermo, si è sempre mosso, vive di microassestamenti che lo rendono un terreno merviglioso e instabile, come le strade di San Francisco che ci hanno visti così giovani e innamorati.

8 – Non asfalteremo il pratino all’inglese per agevolare la vostra camminata con i tacchi, né tantomeno la mia. Sarà più una situazione gioiosamente demenziale alla Mai Dire Banzai.

9 – Terza cosa: e se piove? non pioverà. E se fa freddo? non farà freddo. Il mio vestito non prevede un di sopra, il che renderà tutto più a portata di orribili complicazioni intestinali. Ma per essere belli bisogna soffrire, cfr. anche punto 2.

10 – Chi si commuoverà di più?

A te che sei il mio presente

a te la mia mente

e come uccelli leggeri

fuggon tutti i miei pensieri

per lasciar solo posto al tuo viso

che come un sole rosso acceso

arde per me.

(L. Battisti, La Luce dell’Est)

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Top Body Top Body Challenge (o dell’arte di non stare bene).

Nell’impeto dei Buoni Propositi da segnare sulla lavagna, ho ceduto al fascino del workout casalingo (che poi, fascino e casalingo sono due parole che possono far coppia con tante altre, non so, divano, coperta, pizza, film, di certo non con workout) e mi sono comprata (ebbene sì, integerrima di fronte alle spaccine che ne imploravano una copia omaggio io ne ho una vergata con le mie credenziali) una copia del programma 12 settimane della mitica SoniaTlev, una simpatica francesina che peserà trenta kg di cui almeno 5kg di seni che ti insegna ad essere felice mentre sei piegata dal dolore su un tappetino sintetico.

Il programma è una agile guida tutta leziosa e piena di immagini di signorine in rosa che fanno esercizi con il sorriso – in più, se proprio vuoi caricarti come un toro nell’arena, puoi anche trovare su youtube un sacco di video dove lei, perfettamente acchittata che manco fosse alla Fiera del Fitness di Rimini, fa cose inumane che però a lei risultano semplicissime, sempre senza perdere il sorriso.

Ovviamente lo spirito managerial-sadico della sottoscritta fa sì che la decisione di condividere l’acquisto, ma soprattutto il dolore, venga condivisa con l’Amica che se ne va, così che a breve vengano organizzate sedute di workout del ludibrio su Skype.

Quindi, decido: tre giorni alla settimana, mezz’ora. In casa, senza scuse perché è buio ho freddo ho paura non voglio uscire. Solo io, il mio tappetino giallo vomitino, la micha che ci si rotola sopra e lo mangia, Lui che mi tiene il timer manco fossi Usain Bolt al traguardo dei 100mt, musica preferibilmente tamarra o quella che, nel gergo casalingo, si chiama musica da negri.

La prima settimana passa. Indenne. Malino ma non malissimo, certo dopo la prima lezione di Pole Dance, quando facevo la pipì in piedi come i maschi perché non piegavo le gambe, la mia soglia del dolore è significativamente aumentata. La mezz’ora passa e riesco anche a parlare alla fine, la affronto con la sicumera delle mie braghette nike, arrivo a metà e ho persino caldo quindi risparmio pure sul riscaldamento.

Il tutto condito da un sacco di gente che mi dice “Ehi come sei in forma!”, come se già allo squat 40 la cellulite fosse solo un ricordo sbiadito. Incredibile.

E poi ieri. La settimana Due. Il Commando. Uno di quegli esercizi per i quali fanno fatica pure i marines nei film (dico nei film, perché secondo me nella realtà non li fanno, degli esercizi così).

E tu, Sonia, amica mia, tu che mi fai cadere i piatti dalle mani quando mi vedi con una fettazza di torta, tu che mi aiuti a dire NO alla tentazione costante del carboidrato, tu che sorridi e passa la paura, in un tragico lunedì di foschia, così senza avvisarmi, me ne chiedi 150. CENTOCINQUANTA. E poi? Cosa mi attenderà mercoledì? Andremo in macelleria a picchiare le carcasse? Mi farai correre da una costa all’altra? Mi lascerai sulle Ande con solo degli avanzi di giocatore di rugby?

Io a tutto questo dico no. E dico no solo perché non ho il fiato per dire parole più lunghe.

E dico sì al gnocchetto alla sorrentina avanzato per pranzo.

Ps. Scusa. A mercoledì.

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Se tu non torni.

Ti meriteresti – e ti aspetteresti – il video del sempre bravo Miguel Bosè ad aprire questo post di denuncia.

Ma dato che, oltre che bella, sono pure brava, cambio leggermente direzione.

La tua partenza imminente per altre terre nebbiose (e no, ahimé non si parla di bassa modenese) mi provocano uno strazio che più o meno in classifica si pone dopo quel Natale in cui, alla festa dell’asilo, Babbo Natale ignorò la mia presenza e se ne andò senza darmi il regalo. Ricordo pianti strazianti e mia madre che lo rincorreva per percuoterlo.

Pensare che tu correrai il sabato mattina in Hyde Park e io in un Sempione coperto di foglie scivolose, senza aver nessuno con cui commentare – mentalmente, senza sprecare fiato – le anoressiche, quelli che corrono come se fossero inseguiti, i cani che corrono davanti ai padroni. Pensare che, all’ennesimo invito improbabile, non avrò più il tuo nome stampigliato sul carnet di ballo come Colei che é sempre all’altezza della situazione.

Pensare che finiranno i messaggi appesi sulle porte di casa, gli spacci di Vanity Fair (col cavolo che te lo spedisco li), i sabati di giudizi universali sui prodotti agricoli al mercato.

Pensare a questo e poi non pensare più a niente, perché a parte tutte le storie sulle amicizie a distanza, io ti vorrei egoisticamente a una distanza massima di due metri.

Te le sussurro solo qui, queste cose, perché davanti a te tutto quello che ti dirò è : buona fortuna. Ah no, aggiungerò : you fuckin’deserved it, bitchy bitch.

 

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Deejaygina.

IMG_5896

Ebbene sì.
Quelle due robe che penzolano allegre sopra la mia testa non sono collanine, nemmeno bollette da pagare, neppure volantini di una pizzeria d’asporto (grazie comunque perché so che le avete ritenute tutte e tre plausibili, bastards sons of Dioniso che non siete altro): sono medaglie di piccole grandi corse, da me iniziate, da me finite.

Che poi, se c’entrassi solo io, mi sarebbe scattata la pigrizia solo a parlarne: c’entra Lui, c’entra sempre.
Lui che mi porta a correre in mezzo ai Latinos e mi aiuta a resistere alla tentazione di fermarmi e ordinare una Corona e dei nachos.
C’entrano anche un sacco di piccole cose, sentirmi meno grossa, sentirmi più in forma. Sentirmi più a posto, nel mio posto.
Certo che ieri, scendendo come una slavina quei colli di fiorentina giovinezza, travolgendo con il mio ego competitivo il piccolo ma agguerrito bambino Michele che correva col mio stesso passo, con la musica nelle orecchie, le ali ai piedi rosa e il suono dei pensieri di Lui che ripeteva in silenzio con gli occhi s‎ulla mia nuca Guarda sta matta che carica tutto all’inizio dell’ultimo km, e’ proprio matta come me, ieri, scendendo tra le rose di maggio e Michelangelo, mi sentivo proprio una dea.
Tutta la mia umanità mortale mi aspettava sul piano, quando il mio cronometro segnava già la fine ed io con orrore mi accorgevo che c’era ancora un ponte da valicare, e prendevo in considerazione il biathlon come alternativa alla morte.

Però anche li, poi, mi e’ sembrato come succede con la vita: che ogni tanto e’ in discesa ma il più delle volte e’ su dei piattoni infiniti, e non è che si può dire ciao io mi fermo qui. E’ come quando cominci a depilarti una gamba o a pittarti una mano, mica puoi mollare lì. E allora cerchi le riserve di forza, pazienza, amore, e sai che nella corsa, come nella vita, avrai pochissime persone intorno, che di certo potrebbero correre più veloci di te, ma che non cambierebbero mai il loro passo con la tua presenza.

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Run boy Run.

medaglia

cominciamo da questa foto.

Che testimonia l’impossibile, ossia che anche un comodino come me se vuole, può (le).

Ho costo 5 km scavalcando bambini, cani, carrozzine, clown (tutti rivali estremamente competitivi), ma soprattutto scavalcando una cosa in cui ho sempre creduto: la convinzione di non riuscire a correre.

E ho persino allungato al traguardo perchè c’era fila e da vera imbruttita ci tenevo a passare sotto quei benedetti tornelli, quelle porte del Paradiso dei corridori.

E dopo, tutta felice con un pacchetto di patatine ben stretto nei pugnetti, a vanificare ogni intento dimagrante, in quelle ore di gioia celestiale prima dell’inferno di fiumi di acido lattico, mi sono concessa una sorriso di grande soddisfazione, che si rispecchiava negli occhi di Lui, che è sempre il mio traguardo migliore.

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Born to run.

Chissà quanti post di corridori dilettanti sono stati intitolati andando a disturbare The Boss.

Il mio titolo corretto dovrebbe essere (Not) born to run, a voler essere onesti intellettualmente. Sono l’antisportiva più entusiasta del gruppo, quella che sapeva tutti gli sport in teoria ma non era capace di eseguirne mezzo in pratica, goffa e appesantita forse proprio da troppi pensieri.

Però Lui è così bello quando corre, così grande da farci persino nascere un blog, da quei passi robusti e coraggiosi, che ho deciso di corrergli accanto un po’ anche io. Non dietro, ma accanto, perché Lui mi ha aspettato, incitato, contandomi le metà percorso e preoccupandosi appena smettevo di respirare col naso (circa al passo n. 3) e cominciavo a fare il pesciolino con la bocca.

Lui che ha il coraggio e l’amore di dirmi Sei bellissima! mentre mi comprimo in un paio di inguardabili leggings dimenandomi come le cosce della Marini in un vestito Seduzioni Diamonds, lui che si complimenta della mia prestazione dopo che la prestazione in questione è stata una passeggiata al parco con qualche sbilenco tentativo di corsa.

Beh, io ieri mi sentivo veramente un asso dello sport: stavo proprio bene.

Abbiamo bruciato circa 200 calorie in un’ora e ne abbiamo recuperate circa 1800 in un’ora al nuovo locale Anni Cinquanta.

Ed oggi, annebbiata sulla scrivania, con il collo sbilencio e la testa che ronzava, con una flebo di caffè scadente endovena, pensavo già a quanto andremo lontano, sorridevo, e secondo me con il sorriso qualche caloria l’ho pure bruciata.

 

Got I start the revolution from my bed
‘Couse you said the brains I have went to my head
Step outside ‘couse summertime’s in bloom
Stand up beside the fireplace
Take that look from off your face
‘Couse you ain’t ever gonna burn my heart out.

Oasis, Don’t look back in anger

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Casual friday.

Vi racconto solo la fine di una infernale giornata di lavoro, iniziata con un manipolo di fedelissimi della Sacra Corona Unita in una banca, passando per un tragico hinterland milanese, un tassista che mi chiede alle 8 “hai iniziato bene la giornata?” Ed uno che con una canna in mano mi parla di un campeggio con noleggio canoe recitando versi di Pessoa, passando qualche ora da una cliente che vorrei come nonna, una che ti ha fatto il tè freddo per l’occasione, insomma, vi racconto solo la fine.
Sono le sette, Treno della Disperazione in ritardo.
Arriva e nello stesso istante si realizza uno degli Incubi della Capogita: mi son dimenticata di fare il biglietto.
Panico. Sudore freddo (e caldo, ci sono cento gradi oggi). Poi manco una Freccia, di quelli con i corner per i last second; no, un tragico regionale, dove i controllori sono lavoratori della Gestapo pronti ad umiliarti pubblicamente.
Merda.
Prendo il pratico trolley sottobraccio e mi lancio giù dalle scale (perché le macchinette sono due piani sotto?? Perché? Perché?), arrivo ed ovviamente c’è la fila. Comincio con lo sbuffo da milanese imbruttito, dai, eh non è possibile, non ci puoi mettere tanto, no così la rompi. Chiedo a una ragazza gentile se le posso passar davanti e lei mi dice no, ho il treno prima di te. (in effetti ho venti minuti, potrei prendere venti biglietti. Ma per la capogita il tempo ha un valore diverso).
Riesco a prendere il biglietto, lo agguanto e mi ficco il resto in tasca. Monetine e carta. Questo dettaglio tornerà nel racconto.
Risalgo le scale con il fiatone del lupo de La Spada nella Roccia, corro al treno, dimentico di obliterare (basta con queste tecniche medievali, basta), corro e oblitero, poi memore del tè freddo della mia finta nonna mi parte una voglia secca di tè verde. Mi fermo alla macchinetta e cerco i soldini in tasca. E sono molli. Mollicci.
Ve l’avevo detto che in tasca mi ero messa un Lindor che mi aveva regalato la stagista a cui avevo regalato una parte del mio pranzo? Forse no. Beh, si era trovato bene e si era messo a suo agio, cambiando il suo stato da solido a liquido.
Tiro fuori la mano marroncina dal pantalone marroncino (caso volle che il pantalone fosse davvero marroncino di natura), prendo le mie monetine di cioccolato e metto un eurino nella macchinetta. Con l’angoscia di perdere il treno, di fronte a me, perché mancavano SOLO dieci minuti.
Spingo il numerino del tè. Anzi, dell’acqua perché il tè é zuccherato e dalla nonna ho mangiato anche i cioccolatini (pareva brutto rifiutare dalla nonna).
Niente.
Mi ha mangiato il soldo.
Pessimismo e fastidio. E puzza di cioccolato, ovvio. Cioccolato sui soldi, sulla valigia, nella tasca.
Cerco nella borsa di Mary Poppins il fazzoletto e mi spazzolo per bene. Per poi accorgermi che era il mio foulard di seta di Vuitton, non il fazzoletto. Rosa, azzurro, verde. E marrone, ora. Che comunque fa tanto Vuitton.
In preda a un principio di crisi isterica (SETTE Minuti) aspetto da brava consumatrice i due minuti di rito dopo i quali la macchinetta promette di ridarti i soldi.
E dopo esattamente due minuti, mi accorgo che il mio eurino è ancora li, fiducioso, che mi aspetta.
Soltanto che io avevo spinto tasti a caso, la combinazione della Botola di Lost forse, non certo il numero dell’acqua (che poi mai capirò perché tu spingi acqua 27 e lui ti sputa acqua 83).
Ed ora, seduta sul mio Treno della Disperazione, profumata di cioccolato come la bambola nera delle Cherry Merry Muffin, ve lo posso dire: buon weekend, amici del blog.

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#Perfetto

Tanto si é parlato dell’abuso di hashtag, che mi sembra giusto #direlamia.
Nello specifico, ci siamo chiesti (io e qualche collega di blog, ma magari anche altri curiosi), cosa si meriti l’hashtag #perfetto, cosa ti aspetti di trovare quando fai quelle inutili ricerche a soggetto. E allora ve lo dico, cosa mi aspetto di trovare io, o quantomeno cosa ci ho trovato in questi giorni:
– la sensazione immensa che si prova qualche minuto dopo l’orgasmo. Non subito, perché subito prima devi capire cosa é accaduto, se la locomotiva che ti ha appena investito sia vera o meno, poi guardi la persona sconvolta accanto a te, sorridi, la baci, e io solitamente indugio qualche momento perfetto sdraiata, in quella sensazione termica stranissima per cui non hai né troppo freddo, né troppo caldo, quando i tuoi sensi sembrano cinquemila, e non soltanto cinque, e gli ormoni della felicità ti stampano quel sorriso ottuso in faccia. Ecco, questo per me é il #momentoperfetto.
– vedere Lui sulla sua bicicletta nuova, emozionato e sudato, che rientra dalla sua prima scampagnata, accompagnando finalmente da dei buoni pensieri. Ed essere orgogliosa di Lui, perché ci ha creduto, e ce l’ha fatta, a trovare una nuova emozione. #fidanzatoperfetto
– ricevere una delle più forti notizie lavorative ever, e avere finalmente la consapevolezza che a volte, poche volte, i buoni vincono. #lavoroperfetto
– trascorrere qualche ora con la mia famiglia sgangherata, due separati, due gay, un cane Zoppo, una nonna smemorata, un cane senza occhi, io e Lui. Essere sottoposta alle forche Caudine della prova costume dopo un pranzo luculliano, e avere la conferma che per la tua famiglia non sarai mai grassa, pallida, brutta. #famigliaperfetta
– ascoltare una Amica triste, ricordare che tu ci sei anche per questo, per tramutare qualche lacrima in sorriso. Perché lei é una buona, buonissima, e tu hai appena scoperto che qualche volta le buone vincono. Regalarle degli anellini, per farla sentire amata, perché l’amore a volte usa parole cattive ma solo perché é preda della paura. #amiciziaperfetta
– finire questa pausa pasquale dal nostro amico che ha atteso 40 religiosissimi e perigliosi giorni della nostra Quaresima da pizza ed ora é pronto a sbocciare la bottiglia migliore. #fantagiudiceperfetto ma anche un po’ #doppiamozzarellaperfetta.

Buona Pasqua piccoli amici che leggono.

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#MFW

che poi non mi si dica che non vivo la mondanità meneghina come si deve.

Venerdì, dopo una settimana di trasferta romana, dopo essermi spezzata tragicamente un dente mentre addentavo la famosa focaccia di Campo de’Fiori, dopo aver placato una duplice guerra civile, manovali di Milano contro manovali di Roma, ma ancora peggio manovali laziali contro manovali romanisti con il mio sorriso sghembo, due litri di caffè, una crostatina alla Nutella e la mia formazione del fantacalcio sottoposta al loro insindacabile giudizio, dopo aver dormito in una inquietante camera che di notte inglobava la reception, dopo tutto questo, venerdì sono rimasta a Milano per la MFW, la Milanfascionueech.

Ritornata a casa dopo sei insostenibili ore di lavoro, mi sono lavatapettinatatruccata a caso, ho finto di avere dei vestiti fashion, ho ripiegato su un paio di accessori che mostrassero chiaramente un logo, e sono salita sul motorino della mia compagna di malefatte pronte per un’avventura scintillante, sparate sui viali manco stessimo costeggiando il Central Park direzione downtown.

Primo evento: negozio algido, vestiti rigidi, ci si presenta il bivio “Scala o ascensore?” e noi sprezzanti del pericolo ci lanciamo su una ripiiiiiida scala a chiocciola (ingegnere di merda), e saliamo in un altrettanto inutile secondo piano, circondate da golfini infeltriti e cappotti severi che ci guardano, nascondendo per pudore le etichette.

Agguantiamo roba a caso in un ordine discutibile (caprese/macaron/frittata alla cipolla), per finire con un occhieggiante fiore di zucca ripieno all’inverosimile di salsa rossa. ma siete matti, dico? fortuna che l’ho azzannato con la mia solita voracità. Altrimenti sarebbe scoppiato sulla cotonatura della sosia di Joan Crawford che attendeva spazientita di scendere con l’ascensore insieme a noi, in evidente difficoltà respiratoria.

Secondo evento: party di Ferragamo. Solito brivido per il tentativo di entrare in un posto in cui non sei stato propriamente invitato, ossia, tu hai un invito, ma mica era stato mandato a te. Ed il corrispondente sospiro di sollievo quando vedi che sei finito davvero in quella lista di eletti che provocano il sorriso nell’acida signorina all’ingresso.

e lì, circondati da immagini di zebre e leoni che si rincorrono, storditi dalle luci sulle facciate dei palazzi, abbeverandoci con un Cosmopolitan molecolare (ossia: smangiucchiare cubetti gommosi al vago sentore alcolico e sentirsi molto figa, oltre che assetata), con le fanciulle all’uscita che con doppio sorriso (perché rispetto a quello teso e titubante dell’entrata, se sei arrivata fin lì è chiaro che vali) che ti salutano con una deliziosa borsettacongadget dicendoti Ciao, grazie, alla prossima!, ne usciamo altrettanto sorridenti.

Terzo evento: il party di Prada. Che non aveva niente di più dei parties in cui eravamo appena stati, se non per un piccolo dettaglio. Al mio RSVP avevano risposto Scusi, lei chi è, non la conosciamo, sarà per la prossima. una stilettata nel mio cuore di fashionista.

Pensavo di non poter reggere l’umiliazione di passare lì davanti, guardando gli altri disperati in fila, poi, vuoi gli amici sobillatori, vuoi i cubetti molecolari, vuoi troppe puntate di Sex and The City, ho messo su la migliore faccia da cu*o e mi sono presentata al ragazzo delle liste dicendo il nome. della mia capa.

SBAM! porte spalancate, paradiso perduto, Nicola Savino ed Anna dello Russo, altro gadget costosissimo. Del resto un party inutile e tutt’altro che sicuro, stipati su delle scale, millecinquecento gradi, da mangiare solo un pseudo tiramisù dietetico, ma noi c’eravamo, eravamo lì.

Uscendo, siamo stati avvicinati da un ragazzo, apparentemente perbene.

Ci chiede, con falsa indifferenza, “Mhm, carina la festa?”, e noi “mah, si, carina, un sacco di gente” (che vuoi dire, che fa schifo? non si può. che è una figata? manco. stai vaga).

Lui si alza il bavero, si avvicina, abbassa significativamente il tono della voce e ci sussurra “Che ce l’hai un biglietto?”. MA CHE E’? San Siro?? il concerto del Liga? un biglietto? comunque, se ce l’avessimo avuto gliel’avremmo venduto per pagarci la cena.

Poi cena carina e tutti a nanna.

Post Scriptum.

Non è andata proprio così. 

Non proprio.

Siamo finiti a cena dopo aver camminato per un tempo infinito in una pizzeria carina che però non faceva pizza. succede, quando sbagli locale.

Poi siamo finiti in una balera a ballare la mazurka. Perché a forza di seguire gli inviti della MFW, ci siamo spinti ad una fantomatica presentazione di locali, che in realtà era una scatola con tre occhiali sul bancone di una balera retrò, fitta di anziani che ballavano qualsiasi melodia sbalottando con gli stessi passi le loro badanti philippine.

E posso dirvelo? è stato spassosissimo.

pps. la mia capa, al mio messaggio di ammissione di colpa, mi ha risposto così:

“Ha proprio la faccia come il c**o. Brava”!

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Ferragamo party

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Ballare la mazurka tenendo un ditino in su come la principessa Sissi

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the day after.

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