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+ 1.

 

 

Canzone trovala se vuoi
Dille che l’amo, se lo vuoi

Vaaa per le strade tra la gente
Diglielo veramente
Non può restare indifferente
E se rimane indifferente non è lei.

Passare dal 16 al 28 al #beyond non sarà facile.

Niente sarà facile, tra noi.

Ma se fosse stato facile, saremmo state due persone diverse.

Per cui vorrei prometterti di aver sempre voglia di cantare al tuo fianco, come quelle cantatone felici che facciamo durante i viaggi.

Buon +1, buona prima Canzone.

Buon Noi.

 

 

 

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Top Body Top Body Challenge (o dell’arte di non stare bene).

Nell’impeto dei Buoni Propositi da segnare sulla lavagna, ho ceduto al fascino del workout casalingo (che poi, fascino e casalingo sono due parole che possono far coppia con tante altre, non so, divano, coperta, pizza, film, di certo non con workout) e mi sono comprata (ebbene sì, integerrima di fronte alle spaccine che ne imploravano una copia omaggio io ne ho una vergata con le mie credenziali) una copia del programma 12 settimane della mitica SoniaTlev, una simpatica francesina che peserà trenta kg di cui almeno 5kg di seni che ti insegna ad essere felice mentre sei piegata dal dolore su un tappetino sintetico.

Il programma è una agile guida tutta leziosa e piena di immagini di signorine in rosa che fanno esercizi con il sorriso – in più, se proprio vuoi caricarti come un toro nell’arena, puoi anche trovare su youtube un sacco di video dove lei, perfettamente acchittata che manco fosse alla Fiera del Fitness di Rimini, fa cose inumane che però a lei risultano semplicissime, sempre senza perdere il sorriso.

Ovviamente lo spirito managerial-sadico della sottoscritta fa sì che la decisione di condividere l’acquisto, ma soprattutto il dolore, venga condivisa con l’Amica che se ne va, così che a breve vengano organizzate sedute di workout del ludibrio su Skype.

Quindi, decido: tre giorni alla settimana, mezz’ora. In casa, senza scuse perché è buio ho freddo ho paura non voglio uscire. Solo io, il mio tappetino giallo vomitino, la micha che ci si rotola sopra e lo mangia, Lui che mi tiene il timer manco fossi Usain Bolt al traguardo dei 100mt, musica preferibilmente tamarra o quella che, nel gergo casalingo, si chiama musica da negri.

La prima settimana passa. Indenne. Malino ma non malissimo, certo dopo la prima lezione di Pole Dance, quando facevo la pipì in piedi come i maschi perché non piegavo le gambe, la mia soglia del dolore è significativamente aumentata. La mezz’ora passa e riesco anche a parlare alla fine, la affronto con la sicumera delle mie braghette nike, arrivo a metà e ho persino caldo quindi risparmio pure sul riscaldamento.

Il tutto condito da un sacco di gente che mi dice “Ehi come sei in forma!”, come se già allo squat 40 la cellulite fosse solo un ricordo sbiadito. Incredibile.

E poi ieri. La settimana Due. Il Commando. Uno di quegli esercizi per i quali fanno fatica pure i marines nei film (dico nei film, perché secondo me nella realtà non li fanno, degli esercizi così).

E tu, Sonia, amica mia, tu che mi fai cadere i piatti dalle mani quando mi vedi con una fettazza di torta, tu che mi aiuti a dire NO alla tentazione costante del carboidrato, tu che sorridi e passa la paura, in un tragico lunedì di foschia, così senza avvisarmi, me ne chiedi 150. CENTOCINQUANTA. E poi? Cosa mi attenderà mercoledì? Andremo in macelleria a picchiare le carcasse? Mi farai correre da una costa all’altra? Mi lascerai sulle Ande con solo degli avanzi di giocatore di rugby?

Io a tutto questo dico no. E dico no solo perché non ho il fiato per dire parole più lunghe.

E dico sì al gnocchetto alla sorrentina avanzato per pranzo.

Ps. Scusa. A mercoledì.

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Se tu non torni.

Ti meriteresti – e ti aspetteresti – il video del sempre bravo Miguel Bosè ad aprire questo post di denuncia.

Ma dato che, oltre che bella, sono pure brava, cambio leggermente direzione.

La tua partenza imminente per altre terre nebbiose (e no, ahimé non si parla di bassa modenese) mi provocano uno strazio che più o meno in classifica si pone dopo quel Natale in cui, alla festa dell’asilo, Babbo Natale ignorò la mia presenza e se ne andò senza darmi il regalo. Ricordo pianti strazianti e mia madre che lo rincorreva per percuoterlo.

Pensare che tu correrai il sabato mattina in Hyde Park e io in un Sempione coperto di foglie scivolose, senza aver nessuno con cui commentare – mentalmente, senza sprecare fiato – le anoressiche, quelli che corrono come se fossero inseguiti, i cani che corrono davanti ai padroni. Pensare che, all’ennesimo invito improbabile, non avrò più il tuo nome stampigliato sul carnet di ballo come Colei che é sempre all’altezza della situazione.

Pensare che finiranno i messaggi appesi sulle porte di casa, gli spacci di Vanity Fair (col cavolo che te lo spedisco li), i sabati di giudizi universali sui prodotti agricoli al mercato.

Pensare a questo e poi non pensare più a niente, perché a parte tutte le storie sulle amicizie a distanza, io ti vorrei egoisticamente a una distanza massima di due metri.

Te le sussurro solo qui, queste cose, perché davanti a te tutto quello che ti dirò è : buona fortuna. Ah no, aggiungerò : you fuckin’deserved it, bitchy bitch.

 

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To be a rock, and not to roll.

Aria ferma, in una domenica di luglio.

Tutti immobili per paura di consumare troppo, con il minimo passo.

E allora tutti a torturarsi di pensieri, quelli specialmente la notte, perchè fa più fresco.

Ieri mentre la pantera bianca, sveglia come una civetta, chiacchierava alla luna, rimescolavo tutto in testa per veder di impastare la ricetta di una soluzione, che dia tranquillità a chi amo e pace a me.

Poi, quando gli incubi ti invadono il letto, sai che basta allungare una mano (o una chiappa) per sentire che Lui è lì, porto quieto con il mare che trova conforto, e le onde che si inchinano davanti al suo placido abbraccio che ti accoglie e ti consola.

 

E allora oggi, a malincuore, togliamo un po’ di Noi per far nascere qualche sorriso agli Altri, quelli che soffrono, si dibattono, sono in mare aperto.

Un compleanno a sorpresa per un amico che non finisce le lacrime, due candeline riciclate, un po’di amici a caso (ma mai troppo a caso, per evitare nuovi flutti) di qui e di là dall’Oceano, un libro molto rock e un biglietto che ti ricorda quanto sia difficile essere forte come una roccia, ma mai troppo pesante per rotolare a fondo.

on air, 

 

 

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Si vedon solo con lo scorrimento lento.

Perché, direte, cari amici lettori che ben conoscete i miei gusti, una citazione di un cantante che non mi piace?
Perché è scritta in una serata che a me non piace.
Non una brutta serata, attenzione, con alcune immagini davvero belle: la tua amica di sempre, quella che non hai mai visto totalmente felice, finalmente nel “suo”mondo, circondata da gente da cui è felice di farsi amare.
Una amica che avevi perso, che ti dice “in quattro anni ho sempre chiesto se eri felice, così, per essere sicura”, che da una serata inaspettata riceve in dono un bacio inaspettato. 
Tu che con cinque drink card bevi due coca cola, per essere sicuro di aver abbastanza sudore.
La tua amica milanese che arriva a una serata sbagliata con il sorriso di chi sa perfettamente di star per compiere un errore.
Tu che, mentre un improbabile dj mette su MISTERO (si, avete capito bene) stai a fare il wallflower, scorgendo emozioni e fragilita che si vedon solo con lo scorrimento lento, e a scrivere il tuo blog, perché come hai detto a Lui, il blog lo scrivi quando sei triste.
Ed io sono triste senza Lui.

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La verità sul caso Harry Quebert.

Ciao piccoli amici di penna,

giornate un po’ fiacche qui.

Funestata da un anziano torcicollo da adesso caldo / adesso freddo / adesso caldo ancora, con Lui lontano e grave assenza di chiacchiere coccole e futilità, negozi pieni di cose che comprerei ma non posso perchè la piccola saggia che è in me sa che troverò tutto fra due settimane in saldo (ma sa anche che il mondo è pieno di ragazze assatanate con fianchi larghi e tetta stretta), vi mando un saluto languido con uno delle immagini più belle dello scorso weekend, la nostra palla di pelo bianco stranamente coccolosa che languidamente giaceva sul divano mentre io DIVORAVO La verità sul caso Harry Quebert, ossia come diventare dipendenti da un libro che ti scoraggia con la consistenza di un mattoncino, e ti rende dipendente con una storia incredibilmente complessa, strutturata, La storia di un amore incredibile, proibito, totalizzante, malato.

E mi ero detto che una stella cadente era una stella che poteva essere bella ma per paura di brillare scappava il più lontano possibile. Un po’ come me.

 

Immagine

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