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Bau.

Bau Max,

conoscendoti, sarai alle porte del di là a controllare chi passa perché diciamolo, fare il portinaio ti piaceva proprio un sacco.

Quando la tua sorella di anima te lo lasciava fare, per renderti più piena la vedovanza, eri come quei vecchietti che ritrovano una seconda giovinezza andando al mare, quando ti ubriacavi di coccole e complimenti, evitavi a fatica le zampate di Micio, ti beavi di saper sempre chi c’era e chi non c’era, costringendo chiunque a spendere una parola con te, su di te.

Sono passati due mesi dall’ultima volta che ci siamo visti, che buffo quando incontravi tua cugina bianca sul pianerottolo, tu le scodinzolavi e lei da antipatica diventava la solita palla di pelo. Mi hanno però raccontato di te che sei ringiovanito un sacco, peli bianchi a parte, che hai scoperto la nobile arte della caccia al cervo, che hai dimostrato in barba all’età di saper saltellare molto meglio della tua sorella di anima, che nel sofisticato ambiente british comunque ti muovevi parecchio bene.

Ho sentito dire anche che eri felice, ad aver Lei sempre tra i piedi, a trovarla in giro per le stanze, mica come quando la dovevi aspettare anche un giorno intero; era come se fosse sempre domenica, e ovviamente a te le domeniche piacevano parecchio.

Ti ha chiesto di poter andar via un paio di giorni e tu l’hai lasciata andare, non solo, l’hai pure fatta preoccupare di meno. Le hai detto vai vai, io sto bene, come quando le mamme ti dicono prendi pure la mia ultima fetta di torta, tanto a me non andava.

Bau Max, oggi parlavo con una signora bionda e riccia che ti amava tanto, ci siamo commosse e poi abbiamo riso. Però sono più i sorrisi che le lacrime, perché sei stato dannatamente fortunato, hai amato e sei stato amato.

E stasera quando sono tornata ho infornato una torta, perché domattina vorrei svegliarmi sperando sia un giorno meno doloroso di oggi, non per me, per Lei.

E vorrei che stasera si prendesse il suo tempo, e ti pensasse lì che sulla porta, su una porta di un piano un po’ più altro del loro, per il quale discutono perché con l’interrato forse è un primo forse un secondo forse chissà, e si ascoltasse questa canzone, che la mia mamma ascoltava quando perse un fratello di anima peloso, e che io ascolto sul tuo divano, circondata dai tuoi ricordi.

Good luck.

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Ciao.

Un mio cliente si è ucciso, qualche giorno fa.

Un ragazzo che nemmeno conoscevo di persona, che mi ha fatto innervosire, con mille pretese assurde, un cliente di cui ricordavo sempre la data di nascita, così importante se applicata a Lui, così indifferente se applicata a lui.

Un ragazzo che era nato poco prima di quei Mondiali in seguito ai quali sono nata io.

Lui che sapeva essere euforico e tristissimo, nemmeno mi piaceva come persona.

Vorrei riuscire a scrivere la tristezza che mi si è diffusa dentro, un amaro liquido di contrasto che mi ha avvelenato le vene oggi, leggendo poche righe su un giornale di periferia, quelli in cui trovi sempre biglietti di scuse e cause inspiegabili.

Vorrei poterti dire un’ultima volta che mi dispiace, che nessuno si merita di morire solo.

Vorrei poter riscrivere tutte le email che parlavano di tutt’altro, sperando di indovinare la parola giusta per farti scattare una molla diversa, in quella testa matta.

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