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Body and soul.

La scorsa settimana ho guardato un documentario che mi ha consigliato e sconsigliato Lui, quello sulla vita e la disfatta di Amy Winehouse. Un racconto amaro, che fa arrabbiare e pensare quando chi ti sta intorno sia anche chi ha il potere di farti più male.

Mi ha colpito un episodio, in particolare, un episodio che racconta la rumorosa sincerità di quell’artista che era Amy: nel 2011, a pochi mesi dalla morte, inutile, fiacca, sbagliata, registra un duetto con Tony Bennet che per lei era Dio vestito da cantante. Io ci ho pensato, a chi sarebbe il mio corrispettivo, ma non me ne viene in mente uno: per lei era uno che ti mette così ansia da farti ingoiare la voce, praticamente il suo mito che a un certo punto voleva duettare con lei, ragazza tutta al contrario del giusto e del lecito. 

E lei è così agitata che dice solo cose a caso, mentre lui la rassicura e la convince come solo pochi nonni sanno fare. Lui che è leggenda le dice che è un onore lavorare con lei, che una matta con un talento pazzesco.

E insieme cantano un duetto di una eleganza incredibile, che è stato il Nostro ballo, quel Giorno, un duetto che ti immagini cantato da due artisti bellissimi che ballano in abiti da sera su una terrazza estiva di notte, e invece è il frutto di un improbabile incontro tra un vecchio fatto di polvere e una giovane fatta e strafatta.

Lei muore, poco dopo, e il duetto nemmeno se lo gode. Ma muore con la certezza di avere fatto qualcosa di incredibilmente figo.

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