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Sabato pomeriggio.

Passerotto non andare via cantava Claudio, ed invece in un giorno di inverno un passerotto è tornato.
Ho avuto un messaggio strano, poi una email buffa, poi un incontro tenero, con la mia professoressa preferita del liceo, quella che urlava il mio nome come si fa con i discoli, ma lo faceva sempre con un sorriso furbetto.
L’ho ritrovata dopo anni timida e piccolina, alla ricerca di un consiglio che forse era più una richiesta di esserci. Mi ha detto una frase dolcissima, che mi ha avvolto il cupree di tenerezza: mi ha guardato con quegli occhietti tenaci e mi ha confessato Ti ho chiamata per aiutarmi non pensando alla professionista che sei, ma alla mia studentessa che eri, quella che faceva le versioni con il sorriso e che già sapevo sarebbe diventata quella che sei. Mi ha confidato che la vita le ha fatto tanto male, e le ha tolto pure la possibilità di arrabbiarsi troppo altrimenti si ammala, ma lei é ancora li, pronta ad arredare le pareti dei suoi anni con nuovi quadri, dopo che chi lei amava se li è portato via insieme alle sue certezze.

qualche giorno dopo, dandole alcuni consigli che mi aveva chiesto, mi ha salutato dicendo “parlare con te ha reso il mio sabato pomeriggio da triste a brillante” ed io ho sorriso, sapendo che se ora posso migliorarle il sabato pomeriggio è perché sono persone come lei che mi hanno costretto e convinto a tirar fuori le palle.

(No dai, il video di Baglioni non lo posto).

 

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Morte (di caldo) a Venezia.

Dolce momento amarcord, rifare la valigia per Venezia.

Ci ho messo dentro quello che mio padre chiama Il vestito di Venezia, mi ricordo ancora la prima volta che l’ho messo, c’era lui, alla cerimonia finale di un corso splendido, incontrato per caso, guadagnato con valore. Ero partita per Venezia con una valigia piena di vestitini freschi (mai freschi abbastanza), scappando da un rapporto che non amavo, pronta a farmi amare da una città da cui diventi morbosamente dipendente.

E ora, rimettendo quel vestito in valigia, quasi sette anni dopo, penso a quanta acqua è scorsa piano, in quei pigri canali, quante stelle han brillato languide nelle acque, a quanti sogni si son messi a dormire sulle rive malinconiche della laguna.

e in questo weekend è stato come tornare a quei giorni di studentezza, con persone lontane e vicine a te, entusiaste come te davanti a un quadro, capaci di un tour de force sfiancante per calli e campielli, sempre pronte a conoscere, voraci, insaziabili.

Poi finisci sul balcone di una principessa che il giorno successivo deve andare a un ballo, e capisci dove si sono ritirate a vivere le fate.

Tornata a casa sfinita, ho rimesso a lucido il Nido, come uno scoiattolo previdente, per accoglierCi, perchè con Te dove siamo non è importante, l’importante è Esserci.

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Padiglione Scandinavia, Giardini.

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Sonnabend Collection @ Cà Pesaro.

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Arsenale.

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Stingel @ Palazzo Grassi.

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Le regine di Basilonia.

Weekend diverso, questo appena chiuso.

Ho accettato un invito last second dalla amica più urban chic che ho, per partire  immergendomi in una puntata di “roba da ricchi”.

E così mi trovo un’amica ancora poco amica sotto casa, in un sabato mattina di sole, con una vecchia macchina decappottabile ed una faccia di chi sfida la vita, una vita avara, crudele, implacabile, che però a quelli come lei non riesce a far passare la voglia.

E così partiamo, prima tappa il tragico check in dei gitanti, cumenda con camicia azzurrina e voglia di far rombare un motore nuovo di pacca.

Ci troviamo con dei compagni di viaggio semplici, belli come le persone semplici, e curiosi, di quelli che tanto sanno ma tantissimo vorrebbero sapere. E cominci a parlare, di barche, arte, viaggi, neve, balene che innalzano code immense e ti fanno sentire piccolo, canzoni stupide stonate con accompagnamento di risate.

Passi sei ore in macchina – SEI, manco fossi in daylight trappola nel tunnel – e appena arrivi hai già voglia di ripartire a vedere, imparare, sentire.

Di questo viaggio le istantanee che voglio ricordare sono un hotel che sembra un po’ un non luogo, che ti delude con una inspiegabile puzza di crauti in camera, ma recupera punti con delle briochine trasudanti gianduia; un parco acquatico improbabile per rilassare il corpo, ma poi tutti preferiscono stressare la mente; la sensazione che niente di più bello possa esistere delle linee del tramonto che disegna nuove luci sulle Ninfee di Monet della Beyeler; lo scoprire che i parcheggi blu non in tutto il mondo sono quelli a pagamento, ma in tutto il mondo, persino in svizzera, mezz’ora prima della fine dell’orario di pedaggio nessuno paga; il cenare in una legnosa stube, fingendo che sia inverno e sudando felice davanti a piatti stagionalmente sbagliati; la certezza che con il tuo stipendio italiano sopravviveresti due giorni a Basilea, poco di più; l’amarezza di quelle feste in cui tre coraggiosi fuori tempo si dimenano in mezzo la pista, e gli altri stanno a fare i wallflowers regalando giudizi non richiesti; la morbidezza di un dejeuner sur l’herbe davanti ad una fontana irrequieta; l’immenso orgoglio di poter dire Si, ci sono andata, ho visto, io c’ero; il delirio di onnipotenza che una vip card può darti; la certezza che c’è Qualcuno per cui tornare, ogni volta che parti. 

Negli occhi, questo:Immagine

Chen Zhen, Galleria Continua

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Tinguely Foundation

ImmagineKiki Smith, Art Basel

 

 

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