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Casual friday.

Vi racconto solo la fine di una infernale giornata di lavoro, iniziata con un manipolo di fedelissimi della Sacra Corona Unita in una banca, passando per un tragico hinterland milanese, un tassista che mi chiede alle 8 “hai iniziato bene la giornata?” Ed uno che con una canna in mano mi parla di un campeggio con noleggio canoe recitando versi di Pessoa, passando qualche ora da una cliente che vorrei come nonna, una che ti ha fatto il tè freddo per l’occasione, insomma, vi racconto solo la fine.
Sono le sette, Treno della Disperazione in ritardo.
Arriva e nello stesso istante si realizza uno degli Incubi della Capogita: mi son dimenticata di fare il biglietto.
Panico. Sudore freddo (e caldo, ci sono cento gradi oggi). Poi manco una Freccia, di quelli con i corner per i last second; no, un tragico regionale, dove i controllori sono lavoratori della Gestapo pronti ad umiliarti pubblicamente.
Merda.
Prendo il pratico trolley sottobraccio e mi lancio giù dalle scale (perché le macchinette sono due piani sotto?? Perché? Perché?), arrivo ed ovviamente c’è la fila. Comincio con lo sbuffo da milanese imbruttito, dai, eh non è possibile, non ci puoi mettere tanto, no così la rompi. Chiedo a una ragazza gentile se le posso passar davanti e lei mi dice no, ho il treno prima di te. (in effetti ho venti minuti, potrei prendere venti biglietti. Ma per la capogita il tempo ha un valore diverso).
Riesco a prendere il biglietto, lo agguanto e mi ficco il resto in tasca. Monetine e carta. Questo dettaglio tornerà nel racconto.
Risalgo le scale con il fiatone del lupo de La Spada nella Roccia, corro al treno, dimentico di obliterare (basta con queste tecniche medievali, basta), corro e oblitero, poi memore del tè freddo della mia finta nonna mi parte una voglia secca di tè verde. Mi fermo alla macchinetta e cerco i soldini in tasca. E sono molli. Mollicci.
Ve l’avevo detto che in tasca mi ero messa un Lindor che mi aveva regalato la stagista a cui avevo regalato una parte del mio pranzo? Forse no. Beh, si era trovato bene e si era messo a suo agio, cambiando il suo stato da solido a liquido.
Tiro fuori la mano marroncina dal pantalone marroncino (caso volle che il pantalone fosse davvero marroncino di natura), prendo le mie monetine di cioccolato e metto un eurino nella macchinetta. Con l’angoscia di perdere il treno, di fronte a me, perché mancavano SOLO dieci minuti.
Spingo il numerino del tè. Anzi, dell’acqua perché il tè é zuccherato e dalla nonna ho mangiato anche i cioccolatini (pareva brutto rifiutare dalla nonna).
Niente.
Mi ha mangiato il soldo.
Pessimismo e fastidio. E puzza di cioccolato, ovvio. Cioccolato sui soldi, sulla valigia, nella tasca.
Cerco nella borsa di Mary Poppins il fazzoletto e mi spazzolo per bene. Per poi accorgermi che era il mio foulard di seta di Vuitton, non il fazzoletto. Rosa, azzurro, verde. E marrone, ora. Che comunque fa tanto Vuitton.
In preda a un principio di crisi isterica (SETTE Minuti) aspetto da brava consumatrice i due minuti di rito dopo i quali la macchinetta promette di ridarti i soldi.
E dopo esattamente due minuti, mi accorgo che il mio eurino è ancora li, fiducioso, che mi aspetta.
Soltanto che io avevo spinto tasti a caso, la combinazione della Botola di Lost forse, non certo il numero dell’acqua (che poi mai capirò perché tu spingi acqua 27 e lui ti sputa acqua 83).
Ed ora, seduta sul mio Treno della Disperazione, profumata di cioccolato come la bambola nera delle Cherry Merry Muffin, ve lo posso dire: buon weekend, amici del blog.

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Beyond expectations.

La necessità di difendere la proprietà intellettuale dei miei post vince sulla pigrizia in cui sono caduta.
Quindi eccomi a scrivere ciò che ho anticipato a orecchie furbette e rosa…
Perché i post più belli, i miei preferiti, me li scrivo in testa.
La fatica abnormal di metterli per iscritto mi fa perdere capitoli fondamentali del mio libro.
Io ho sempre poi pensato come l’eroina di un libro (tu pensa), la grande protagonista di una di quelle saghe in cui le misere ma valorose poi trionfano. In linea con questa idea, leggo ogni singola azione con sguardo da regista, e mi invento diramazioni improbabili di eventi comuni.
Ho appena finito l’ultimo capitolo, in cui mi convincevo di avere un male profondo che mi permetteva al massimo 10 anni di vita. Perché mica vorrai morire di una banale vecchiaia, tu eroina del mio auto romanzo, figurati: solo uscite di scena strappalacrime. Ieri stirando come solo le casalinghe disperate il lunedì sanno fare ho finito di guardare Voglia di tenerezza, un sacco di spunti performativi.
Ma sto divagando, come sempre. Il mio piccolo post fatto a cuore è nato per dirti che è una fiaba, non solo un romanzo, avere accanto una persona che non solo è sempre all’altezza delle tue aspettative, ma spesso le supera.

Fine del capitolo.

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From zero to hero.

In questo periodo il lavoro mi sta mangiando viva.
Se fossi una vignetta, sarei uno di quei piccoli omarelli in giacca e cravatta, ventiquattr’ore alla mano, schiacciati da un orologio che li assorda di tictactictac. Un assillo noioso come quello del coccodrillo di Capitan Uncino.
Ho avuto un brutto momento, in cui mi sono dovuta scontrare con la cattiveria umana, che diventa cattiveria lavorativa. Per l’ennesima volta, la mia ingenuità attenta alla mia vita (professionale).
Ho ricevuto un monito severo ed accorato, con la severità di chi ci tiene, a chi sei, a chi sarai, ed ho deciso due cose.
Primo: ricordarsi che, se non puoi far niente per cambiare le cose, è inutile preoccuparsi.
Secondo: se dovrò uscire dal campo, non sarà una sostituzione dovuta ad una performance scadente. Voglio uscirne da marcatore. Per questo d’ora in poi entra in scena un personaggio, ed esco io.

Di questo non ne ho parlato se non con voi lettori: a chi mi ha fatto sorseggiare del vino ed vomitare della frustrazione, a chi mi chiama apposta quando sono costretta ad usare un volume più basso di voce, e soprattutto a Lui, che mi sopporta e recupera il mio cervello tenendolo per una coordina dolce dolce, come si fa con gli aquiloni, e non permettendo che il vento di burrasca lo trascini lontano.
Lui sarà il mio coach, in questa partita: Lui che per me avrà sempre le pagelle migliori.

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Enjoy the silence.

Ho sempre avuto un rapporto difficile con il silenzio: da quando ho cominciato ad occuparlo con le parole, non ho mai smesso.
Ho sempre parlato più del dovuto, non come chi parla a sproposito (non sempre), ma piuttosto come chi parla tanto, tante parole, tante frasi.
Il silenzio non è mai stato il mio rifugio, piuttosto la mia trappola.
Quando da piccola suonavo il pianoforte, avevo paura del silenzio della casa che mi inghiottiva mentre mi esercitavo, che mi si appoggiava sulle spalle facendoli rabbrividire.
Anche ora, un po’ meno piccola, appena arriva il signor silenzio cerco di riempirlo con della musica, delle voci, per non lasciarlo parlare, per non starlo a sentire.
Voglio imparare a rispettare il silenzio. È una lotta incredibilmente difficile, me lo stai insegnando Tu. Voglio tentare di enjoyil silenzio, senza scappare.

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Nuvole rapide.

guardavo le nuvole, prima.

mentre camminavo su quegli scalini che nei weekend a stento mi riconoscono.

ci sono certi giorni, anzi, certi momenti, in cui non so perché ho maggiore consapevolezza del mio essere elemento del mondo. Sento con più chiarezza lo spessore che occupo nello spazio, i sensi funzionano oltre il normale, tutto si muove con un ritmo e io con un altro.

sono momenti strani, piacevoli: è come se in un attimo uscissi da me stessa e vedessi il mio personaggio, io mi essere qualcuno.

e vedevo una ragazza che lotta disperatamente per un qualche kg che poi nemmeno se ne accorge la gente, ma Lui che conosce ogni suo cm quadrato (cubo) invece confronta e gioca sui perimetri, come un giocatore che misura la distanza alle sue mete strategiche del campo. 

(smetto di parlare in terza persona di me perché è odioso).

(smetto anche di essere così melensa perché ho troppa fame e credo di avere tutto il sangue in panza).

insomma, oggi mi sentivo come Cenerentola quando tutte le sorelle vanno al ballo e lei come una sfigata rimane in ufficio casa a ramazzare e pulire in lungo e in largo, ero scoglionata perché per colpa di questo maledetto collaudo del termosifone sono prigioniera del Nido nella vana speranza che venga qualcuno a riscaldarlo, poi ho ricevuto una email così semplice e strabordante d’amore che ho pensato Sai che c’è? che io son proprio dannatamente fortunata ad essere così beatamente amata.

ed ora, vestita con una mise a metà tra una Matrioska e l’Omino Michelin, con una Carbonara profumata sui fornelli, con la tv e il pc già in posizione d’attacco, amici, vi auguro uno sfolgorante venerdì sera. Divertitevi.

Io, mi accendo qualche candela e ascolto questo:

 

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Asleep from Day.

piccoli amici che leggono ciao, in queste righe se guardate con attenzione sono nascosti i miei ultimi atomi di energia.

Sono quei puntini brillanti – no, non quelli che sembrano goccioline d’acqua, quelli sono starnuti che esplodono a caso sul pc – che pulsano sotto il cappuccio della mia felpa, tirata su per nascondere i capelli confusi e per riparare due occhi pesanti.

Occhi grigi, come mi dicevano ogni tanto da bambina, come si scrive sulla carta di identità quando vuoi fare il figo e un po’ non sai bene distinguere i colori: occhi puntati avanti, come dicevo oggi a Lui, ma all’avanti prossimo, non a quello lontano.

Lui che oggi è chiuso in un mondo che non può piacergli, che infrange i sogni come i cristalli liquidi sullo schermo della tua vita, e li fa correre lontano, dove vorrebbe correre lui, dove ha paura di non trovare un traguardo.

E allora gli dico, spostiamolo questo traguardo. Quando abbiamo paura di non arrivare al domani, il segreto è pensare che la nostra meta sia in realtà il dopodomani. Corriamo sapendo che l’importante non è dove arriviamo, ma dove pensiamo di dover e poter arrivare. Il traguardo è il punto in cui cadono i sogni che lanciamo alla partenza.

In questi giorni di lontananza mediatica ho potuto leggere dolci parole che nascevano dalle vib(e)ranti discussioni avute con il mio amico di penna tasti, una sulla malinconia e la tristezza e l’altra sulle persone che Ascoltano.
Sulla seconda, sorrido pensando a un’amica che ieri si è presentata in ufficio da me con due calici di vino, a cui io ho affidato una bottiglia autografata da me, che aspetterò di bere quando sarà tornata da un mondo sabbioso e dorato, magari per festeggiare un nuovo traguardo della sua corsa. In quel momento mi sono venute in mente le persone che Ascoltano, quelle a cui puoi donare un pensiero sapendo che si ricorderanno di innaffiarlo. Quelle che ti chiedono Come stai? e ti leggono la risposta prima negli occhi, e poi tra le labbra.
e invece della malinconia non parlo, non in una sera così, non io qui Lui là, non io con il suo parmigiano e lui senza i miei baci, non io con il freddo intorno al cuore e lui senza il mio corpo caldo intorno.

Have me to you
I shine along underneath your view
I’ll be the one
To let you know when you’ve come undone .

Mazzy Star + Chemical Brothers, Asleep from Day.

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498.

Ieri mi sono trovata a passare un paio d’ore in una delle mie città di fanciullezza, Bologna.

La città in cui quando piove tutti ti dicono “Non ti bagni, ci sono i portici”, ed effettivamente non ti bagni, ma rischi la paralisi dovuta a contusioni dell’osso sacrale quando ci scivoli, in quei maledetti portici. La città dove ho passato cinque (o forse sei, ma cinque fa più figo) anni a studiare il futile, per poi farlo diventare utile.

Quando si andava a ballare il martedì tanto il mercoledì c’era sempre una un pelo più sfigata di te che andava a lezione e ti passava appunti sgangherati (che poi io ero una secchiona, ma ci andavo davvero, qualche martedì, a sgambettare in parigine).

Ricordo con un sorriso anche quella notte in dicembre in cui ci si incendiò casa e io scappai stoicamente in mutande. Da allora, la depilazione inguinale è un gesto di riconoscenza verso un Mondo che mi ha salvato.

Beh insomma, mi trovavo a Bologna mentre Lui superava un altro limite, la Paura di Non Farcela, la batteva in nemmeno due ore e in un sorriso al traguardo scioglieva giorni di tensione e distanze. Lo guardavo perdere la fiducia frugando nel borsone, chiusi nel parcheggio sotterraneo, Bob Dylan canticchiava my weariness amazes me, I’m branded on my feet, I have no one to meet, ed io cercavo di tranquillizzarlo.

Me ne sono andata a fare una passeggiata, alla ricerca di un po’ di passato, e mi sono imbattuta in una porta stranamente aperta: La Torre degli Asinelli. Uno dei tre posti in cui non andare chesenonontilaurei, insieme al chiostro di Economia e (e a cosa? San Luca? no lì ci dovevi andare se no non perdevi la verginità. L’Eremo di Tizzano? no lì nemmeno se no perdevi la vita colpito dalle randellate degli eremiti)…e qualcos’altro, che ora mi sfugge.

E mi son detta, mentre in testa Bob Dylan canticchiava I’m ready to go anywhere, I’m ready for to fade, into my own parade, che due lauree e qualche anno dopo, potevo pur togliermi questo sfizio. E se Lui combatteva sul lungo, io potevo combattere contro l’alto.

Morale della Favola: sono salita fino in cima.

Credevo fossero circa 100 scalini.

Erano 498.

Solo andata, altrettanti al ritorno.

Sono scesa sorridendo e mi sono gettata felice su un toast, leggendo il giornale senza fretta.

E l’ho aspettato al traguardo.

Perché entrambi abbiamo vinto.

Mentre Bob Dylan canticchiava Let me forget about today until tomorrow.

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498 scalini dopo.

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996 scalini dopo.

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