Tag Archives: Lui

#beyond

Mi sono auto caricata di ansia da prestazione per questo articolo in maniera tale da esser già preoccupata di non metterci tutti i colori che avevo in mente arrivata alla riga cinque.

Ci siamo sposati, io e Lui, in cinque minuti perché poi doveva entrare una delegazione di cinesi nella sala comunale. Con noi, due parenti che piangevano, un Amico che ci ha regalato un bastone da selfie inutilizzabile, una Amica che é alta il doppio di me, pesa la metà, e si era messa una gonna uguale alla mia.

Ci siamo divertiti, io e Lui, in un caldo sabato pomeriggio fatato, sommersi di petali di rose e lacrime di gioia di chi ci ama. Abbiamo ballato come due folli, ci siamo mangiati con gli occhi e con i cuori.

Ci siamo amati, io e Lui, ma questo avevamo cominciato a farlo già molti, molti, molti 16 fa. 

Ti ho già detto tutto ciò che sei per me. Ora, come diceva il detto: basta parlare di Amore, cominciamo ad ascoltarlo. 

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7 + 1, 6 – 3.

Oggi è il 7 +1 del mio compleanno, e mi ritrovo coperta di una Sua felpa, di innumerevoli strati, di un pigiama con le ghiande, a dividere la casa con una madre, tre cani strambi e una gatta matta.

Lontano dal mio mondo, dai punti cardinali che mi danno sicurezza. Da Londra, dove dovevo essere a lavorare nel periodo più importante dell’anno, e a far ubriacare di risate la mia Amica, ma soprattutto da Milano, dove ho il caricabatterie del cuore.

Oggi è anche il + 6 – 3 (circa) dal giorno che sarà il Giorno, ma spero non l’unico Giorno. Di certo non il Primo Giorno, perché di quelli ne abbiamo avuto tanti. Di sicuro Un Gran Giorno, di quelli che puoi raccontare senza stancarti mai, né stancare chi ti ama.

E allora, per rimanere in tema di conti, di certo posso dirti che, conti del Fantacalcio a parte, tra di noi non ci sarà mai un vincitore. Perché in ogni momento in cui ti passo lontano, sento che la vera vittoria è stata incontrarci, e aver avuto l’intelligenza di capire (Tu, prima) che non valeva la pena tirar dritto, ma fermarsi, come dice Silvestri, e pensare aspettiamola insieme l’estate.

E vederti sbucare da quella porta, in questi giorni di silenzi, freddi taglienti e lacrime nascoste, è un regalo che non si può spiegare, se non tirando in ballo le fate, i fantasmi, e quelle storie d’amore che non conoscono tempo, né numero.

All the girls asks “what’s he like?”
I says, he’s kind of shy
But that’s the kind of girl I am,
He’s my kind of guy

 

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10 Km.

Ho cominciato con questa cosa matta del correre, ve l’ho già raccontato.

Non vi ho detto che in un momento di delirante ottimismo ci eravamo iscritti ad una 10 km che si terrà questa domenica, e da lì è partito il progetto corri corri corri ovvero come sopravvivere dopo il km 5.

Un agosto vissuto alla Rocky Balboa, bici e corsa e poi bici ancora, correndo quasi ogni giorno e rincorrendoci sulle nostre bacheche piene di bigliettini.

Poi da metà mese Lui ha cominciato a non star bene, problemi sempre diversi e maledettamente uguali, morale a terra come non mai. Difficile trovar la spinta. E poi io pareva dovessi partire e quindi ciao grazie, al primo umido di settembre liberi tutti e via ai mesi di forno acceso e carboidrati elaborati. 

Poi Lui stava ancora male, io non partivo più, e allora mi son detta da capo, riproviamoci, non sarà bello come averlo accanto che veglia su ogni mio passo, ma sarà ancora più bello sapere di avere Lui col sorriso che mi dà un motivo ed un obbligo per arrivare al traguardo.

Dopo una notte di corse con una Amica vera, dopo che vedendola sorridere così felice – nonostante a metà percorso avessi la certezza che mi avrebbe colpito – mi son detta ero così mesi fa, e ora son qui, ce la posso proprio fare. Dopo tutto questo, dopo le barrette energetiche che manco fossi un maratoneta, dopo le calzine rinforzate che vai a capire perché, dopo tutto questo ieri è stato un giorno orribile.

Ed è arrivato lui, correndo, a mettermi nei piedi queste scarpine serie e brillanti, per ricordarmi che è la paura il rivale peggiore, in ogni gara, che sia da correre o no. 

E allora ho capito che posso correre i dieci km, ora, e che lui starà bene, presto.

Ps. Domenica non correrò, parto per una gara ben peggiore. Ma nella mente sono già sotto il traguardo, che sarà domenica prossima, al ritorno, da Noi.
  

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Il cielo su Torino. 

Faccio scorrere l’acqua fredda sulle lenti a contatto trasparenti, e una disegna un dolce arcobaleno rosa arancio nel lavandino, facendomi venire voglia di piangere.

In un giorno lungo sempre, in cui la lontananza é stata tagliente, respiro l’ultima aria di questa città e penso che vorrei recuperare tra mille email di cose da fare quella che mi parlava di una offerta sui voli, vorrei ci fermassimo un po’ a guardare immagini di posti sconosciuti parlandone come la prossima partenza, vorrei aver preso meno salato e più dolce a pranzo, vorrei non aver bevuto quel bicchiere di rosso che mi terrà sveglia tutta notte, vorrei essere su quei divani a Sant Antoni dove il tramonto sembrava esser sempre stato li, vorrei diventare amica di questa città così sfuggente e falso cortese, vorrei infilarmi le cuffiette – anzi una a te, una a me – e ascoltare questa ad alto volume.

Per tutto il tempo che ci è sempre stato negato 

che per averlo abbiamo spesso rapinato 

per le mie dita nella tua bocca per la tua saliva 

per le tue mani 

per il mio tempo che nei tuoi occhi è imprigionato 

per l’innocenza che cade sempre e solo a lato 

per i sussuri mischiati con le nostre grida 

ed i silenzi 

per il tuo amore che è in tutto ciò che gira intorno 

acquista un senso questa città e il suo movimento 

fatto di vite vissute piano sullo sfondo 

Un altro giorno un’altra ora ed un momento 

dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento 

il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco 

tu sei come me.

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Lui ( o Del perché Lui non è un lui).

Ho riflettuto un po’prima di scrivere queste parole, frutto di una scommessa arrostita di sole spagnolo, perché il timore di cadere (non scadere) in un panegirico scontato (non contato) era forte.

Allora, mi sono immaginata le parole che avrei utilizzato per parlare di Lui se avessi dovuto renderlo concreto agli occhi di una persona sconosciuta.

Alla domanda, perché Lui? Forse la risposta più corretta sarebbe un sorriso. I sorrisi sono il mio nutrimento preferito, e Lui li fa fiorire con generosità sul mio viso. Sarà il responsabile principale delle mie rughe di espressione una volta vecchi, lo so già. 

Lui perché mi circonda con un manto di protezione, e io non ho paura. Posso smettere di difendermi da sola, quando c’è lui. Poi di solito mi dimentico di riattivare la protezione quando sono sola e lo faccio infuriare. Ha quelle dolci preoccupazioni che mi ricordano quando mi arrabbiavo con mio padre che continuava a volermi dar la mano per attraversare la strada ed andare in edicola.

Lui perché, se avesse avuto il privilegio di condividere un po’di vita con il nonno Ivo, si sarebbe fatto amare, di quell’amore sincero che mio nonno provava per la pasta al ragù con il burro sopra. Perché so che Lui avrebbe sempre riso all’ennesimo pranzo in cui mio nonno raccontava che, durante la guerra, per tornare a casa avevo fatto a piedi la strada per Parigi.

Lui perché il Sesso. E non scrivo altro, perché qui più che le parole rispondono le vibrazioni dei corpi.

Lui perché spesso sa più cose di me, e questo minimamente mi indispettisce, massimamente mi inorgoglisce. 

Lui per una violenta brillantezza mentale, sopraffina e complicata. 

Lui perché ha tante cose che non vanno, e che grazie al cielo non sono uguali a quelle che non vanno in me.

Lui che ha paura, ma non paura di essere migliore. 

Lui che sopporta con orgogliosa mascolinità una sconfitta al Fantacalcio.
Poi adesso basta perché se scopro tutte le mie carte d’amore qui, il 28 maggio dovrò fare un copia incolla di Coelho Gibran e Neruda.

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Menouno.

Venerdì scorso, stretti in vestiti troppo invernali, umidi e scomodi, ascoltavamo insieme una canzone delicata, strana se vuoi, che racchiude una delle frasi che più mi hanno colpito musicalmente:

“Ma esistiamo io e te, e la nostra ribellione alla statistica”.

Io e Lui siamo proprio una vistosa ribellione alla statistica. A quelle statistiche di coppie che giocano tutti i carichi all’inizio, e poi – come dice Lui – vivono delle cose che fanno.

Mentre correvo il mio post precedente, un A. G. raccontava di una tentazione divenuta gioco divenuta sfida divenuta peccato divenuta pentimento. E a me sembrava tanto come quando urli nelle orecchie a una persona che non ti sta ascoltando. Perché “All’inizio lui era diverso, poi ora è tutto così…

Io ho la presunzione di essere nella coppia meglio di come fossi all’inizio. Perché ci sono stati momenti, vita condivisa, litigi, insegnamenti, che mi hanno reso una Lei migliore.

Credo di non aver dato il meglio all’inizio (anzi, sono abbastanza convinta di aver dato il peggio), e – anche se fa tanto slogan di maglietta da tamarro – io credo sempre che The best is yet to come.

Penso anche che quando due persone si scoprono diverse dalle aspettative, probabilmente sono le aspettative ad essere sbagliate, non le persone.

E spero di poter dare a Lui, ogni sera, la curiosità di addormentarsi pensando a come sarà la me di domani, senza mai dover rimpiangere la me di ieri.

E tra un anno oggi io sposo Te (perché solo i calciatori parlano usando le terze persone).

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Deejaygina.

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Ebbene sì.
Quelle due robe che penzolano allegre sopra la mia testa non sono collanine, nemmeno bollette da pagare, neppure volantini di una pizzeria d’asporto (grazie comunque perché so che le avete ritenute tutte e tre plausibili, bastards sons of Dioniso che non siete altro): sono medaglie di piccole grandi corse, da me iniziate, da me finite.

Che poi, se c’entrassi solo io, mi sarebbe scattata la pigrizia solo a parlarne: c’entra Lui, c’entra sempre.
Lui che mi porta a correre in mezzo ai Latinos e mi aiuta a resistere alla tentazione di fermarmi e ordinare una Corona e dei nachos.
C’entrano anche un sacco di piccole cose, sentirmi meno grossa, sentirmi più in forma. Sentirmi più a posto, nel mio posto.
Certo che ieri, scendendo come una slavina quei colli di fiorentina giovinezza, travolgendo con il mio ego competitivo il piccolo ma agguerrito bambino Michele che correva col mio stesso passo, con la musica nelle orecchie, le ali ai piedi rosa e il suono dei pensieri di Lui che ripeteva in silenzio con gli occhi s‎ulla mia nuca Guarda sta matta che carica tutto all’inizio dell’ultimo km, e’ proprio matta come me, ieri, scendendo tra le rose di maggio e Michelangelo, mi sentivo proprio una dea.
Tutta la mia umanità mortale mi aspettava sul piano, quando il mio cronometro segnava già la fine ed io con orrore mi accorgevo che c’era ancora un ponte da valicare, e prendevo in considerazione il biathlon come alternativa alla morte.

Però anche li, poi, mi e’ sembrato come succede con la vita: che ogni tanto e’ in discesa ma il più delle volte e’ su dei piattoni infiniti, e non è che si può dire ciao io mi fermo qui. E’ come quando cominci a depilarti una gamba o a pittarti una mano, mica puoi mollare lì. E allora cerchi le riserve di forza, pazienza, amore, e sai che nella corsa, come nella vita, avrai pochissime persone intorno, che di certo potrebbero correre più veloci di te, ma che non cambierebbero mai il loro passo con la tua presenza.

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Run boy Run.

medaglia

cominciamo da questa foto.

Che testimonia l’impossibile, ossia che anche un comodino come me se vuole, può (le).

Ho costo 5 km scavalcando bambini, cani, carrozzine, clown (tutti rivali estremamente competitivi), ma soprattutto scavalcando una cosa in cui ho sempre creduto: la convinzione di non riuscire a correre.

E ho persino allungato al traguardo perchè c’era fila e da vera imbruttita ci tenevo a passare sotto quei benedetti tornelli, quelle porte del Paradiso dei corridori.

E dopo, tutta felice con un pacchetto di patatine ben stretto nei pugnetti, a vanificare ogni intento dimagrante, in quelle ore di gioia celestiale prima dell’inferno di fiumi di acido lattico, mi sono concessa una sorriso di grande soddisfazione, che si rispecchiava negli occhi di Lui, che è sempre il mio traguardo migliore.

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All the single ladies.

Oh.

Oooooh.

Dopo anni di emancipazione, dopo che mio marito mi ripete che io sarò il marito della coppia, dopo tutti i luoghi e tutti i laghi (che poi: ci dimenticheremo di Dante, ma verosimilmente ci ricorderemo sempre di Scanu), ritorno a voi amabili e amati lettori con una parentesi di puro femminilismo.

Ho ricevuto un anello con una pietra grande così grande che se fosse un neo lo togliereste , se fosse un brufolo lo odiereste.

Ma è un anello, il Mio anello, e io lo amo.

Io sono il suo Padron Frodo, lui la mia pietra filosofale. Mi illumina la mano come i fari illuminano Paola Ferrari.

Ah, e poi.

Non è che l’ho ricevuto e basta.

Facile così.

L’ho ricevuto in una locanda, su una collina, in una torretta, soli io e Lui (e Miele, perché in ogni scena epica della vita non manca mai un gatto, ci ho pure fatto una tesi una volta).

Insomma, sindacato dei fidanzati: alzate le tabelle con gli standard 2015.

Lui ha fatto di più.

E io lo sposo.

E con tutta la femmeinità di questo posto, inforco la calzamaglia e ve la canto:

 

 

 

Ps. Non dite in giro dell’anello, vivo nel terrore di essere amputata. Spero che all’amputatore serva più un arto inferiore nel caso.

Nel frattempo, mi compro dei guantini color diamante così distraggo i curiosi con la mia proverbiale sobrietà.

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Corsi e ri(n)corsi.

Vi narrai del mio esordio da corridora. Ma non del perché.
Erano giorni in cui volevo correre più forte da una realtà alla quale non ero più allineata, a un ritmo discordante, come quello di certe sonate disarmoniche.
E mi piaceva l’idea di fare una cosa in più accanto a Lui, condividere una sfida, ricevere un abbraccio e un complimento alla fine della fatica. Mi piaceva il silenzio che si creava mentre correvamo, non uno di quei silenzi grevi, un silenzio leggero, azzurro chiaro: un silenzio di chi corre più veloce dei pensieri (e di chi ha i bronchi marci, anche).

Poi Lui è partito, per un viaggio un po’piu lungo di quello indicato dalla compagnia aerea, e io mi sono piantata come un vaso di catcus, ferma e impedita al sole.
Perché senza di Lui io non voglio correre, né stare ferma. Non voglio essere.
Poi ho deciso di correre una volta senza di Lui, ma per Lui: all’inizio le gambe non ne volevano sapere, non trovavo la canzone giusta, il fiato si rompeva come certi singhiozzi di quelle notti, ma dopo un po’ ci sono riuscita. Ed é stata la corsa più bella, perché in ogni progresso che facevo il carburante era la voglia di raccontarTelo, di saperTi fiero, sorridente, dentro e fuori dal cuore.

E adesso non vedo l’ora che sia dopo, per correre via di nuovo insieme. Perché quando ami qualcuno, niente ti dà più gioia di ricominciare un passo, un giorno, un viaggio, una corsa, una vita insieme.

Mi sei mancata anche quando mi divertivo, e questo è speciale.

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