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Deejaygina.

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Ebbene sì.
Quelle due robe che penzolano allegre sopra la mia testa non sono collanine, nemmeno bollette da pagare, neppure volantini di una pizzeria d’asporto (grazie comunque perché so che le avete ritenute tutte e tre plausibili, bastards sons of Dioniso che non siete altro): sono medaglie di piccole grandi corse, da me iniziate, da me finite.

Che poi, se c’entrassi solo io, mi sarebbe scattata la pigrizia solo a parlarne: c’entra Lui, c’entra sempre.
Lui che mi porta a correre in mezzo ai Latinos e mi aiuta a resistere alla tentazione di fermarmi e ordinare una Corona e dei nachos.
C’entrano anche un sacco di piccole cose, sentirmi meno grossa, sentirmi più in forma. Sentirmi più a posto, nel mio posto.
Certo che ieri, scendendo come una slavina quei colli di fiorentina giovinezza, travolgendo con il mio ego competitivo il piccolo ma agguerrito bambino Michele che correva col mio stesso passo, con la musica nelle orecchie, le ali ai piedi rosa e il suono dei pensieri di Lui che ripeteva in silenzio con gli occhi s‎ulla mia nuca Guarda sta matta che carica tutto all’inizio dell’ultimo km, e’ proprio matta come me, ieri, scendendo tra le rose di maggio e Michelangelo, mi sentivo proprio una dea.
Tutta la mia umanità mortale mi aspettava sul piano, quando il mio cronometro segnava già la fine ed io con orrore mi accorgevo che c’era ancora un ponte da valicare, e prendevo in considerazione il biathlon come alternativa alla morte.

Però anche li, poi, mi e’ sembrato come succede con la vita: che ogni tanto e’ in discesa ma il più delle volte e’ su dei piattoni infiniti, e non è che si può dire ciao io mi fermo qui. E’ come quando cominci a depilarti una gamba o a pittarti una mano, mica puoi mollare lì. E allora cerchi le riserve di forza, pazienza, amore, e sai che nella corsa, come nella vita, avrai pochissime persone intorno, che di certo potrebbero correre più veloci di te, ma che non cambierebbero mai il loro passo con la tua presenza.

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Run boy Run.

medaglia

cominciamo da questa foto.

Che testimonia l’impossibile, ossia che anche un comodino come me se vuole, può (le).

Ho costo 5 km scavalcando bambini, cani, carrozzine, clown (tutti rivali estremamente competitivi), ma soprattutto scavalcando una cosa in cui ho sempre creduto: la convinzione di non riuscire a correre.

E ho persino allungato al traguardo perchè c’era fila e da vera imbruttita ci tenevo a passare sotto quei benedetti tornelli, quelle porte del Paradiso dei corridori.

E dopo, tutta felice con un pacchetto di patatine ben stretto nei pugnetti, a vanificare ogni intento dimagrante, in quelle ore di gioia celestiale prima dell’inferno di fiumi di acido lattico, mi sono concessa una sorriso di grande soddisfazione, che si rispecchiava negli occhi di Lui, che è sempre il mio traguardo migliore.

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