Tag Archives: Noi

I sei sensi.

UNO, gli occhi.

La luce dei lunghi tramonti canadesi, quelli che sembrano non volersene andare mai, discutendo con i primi palazzi che si accendono a Downtown Vancouver, o indugiando su quei laghi verde acqua (che poi, se non hai mai visto un lago in Alberta non lo sai che colore sia il verde acqua).

DUE, la bocca.

Quella che va a fuoco con i temibili jalapenos, o che si dipinge i baffi con la birra di Tofino. O il sapore dei baci al gusto Caraibi, che sanno di sale e di succo all’ananas.

TRE, le mani.

Quando c’è una turbolenza e tu mi stringi forte, per stabilizzarti la paura. quando come due bruchi ci racchiudevamo nel bozzolo di quel baldacchino bianco, come se lì dentro non potesse toccarci niente, se non noi.

QUATTRO, il naso.

Tuffarlo nel pelo di nostra figlia e intasarlo di peli bianchi e profumati, quelli di cui abbiamo parlato ogni giorno.L’odore dell’aria di ghiaccio, quando sul ciglio della strada  ci fermavamo a guardare quei cieli azzurri, rigato dalle aquile.

CINQUE, i rumori.

Quando tendevo le orecchie col terrore di sentire un orso. 

La musica, ascoltata sull’oceano, nei boschi, in cielo. Ovunque musica, come a cercare sempre una colonna sonora per le nostre storie.

E il suono delle risate, quelle che partono con un sorriso, quelle di cuore, quelle di pancia.

SEI, il cuore.

Sentire che i nostri cuori godono di ottima salute, insieme. E cercarne i battiti, per rimanere sintonizzati, ovunque. 


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#beyond

Mi sono auto caricata di ansia da prestazione per questo articolo in maniera tale da esser già preoccupata di non metterci tutti i colori che avevo in mente arrivata alla riga cinque.

Ci siamo sposati, io e Lui, in cinque minuti perché poi doveva entrare una delegazione di cinesi nella sala comunale. Con noi, due parenti che piangevano, un Amico che ci ha regalato un bastone da selfie inutilizzabile, una Amica che é alta il doppio di me, pesa la metà, e si era messa una gonna uguale alla mia.

Ci siamo divertiti, io e Lui, in un caldo sabato pomeriggio fatato, sommersi di petali di rose e lacrime di gioia di chi ci ama. Abbiamo ballato come due folli, ci siamo mangiati con gli occhi e con i cuori.

Ci siamo amati, io e Lui, ma questo avevamo cominciato a farlo già molti, molti, molti 16 fa. 

Ti ho già detto tutto ciò che sei per me. Ora, come diceva il detto: basta parlare di Amore, cominciamo ad ascoltarlo. 

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Ri-Credersi.

Alla fine di una giornata che si è aperta nella più placida delle maniere (con mia madre che mi strillava la sua rabbia nelle orecchie), che è continuata con una tappa del Giro d’Italia – anzi del Giro di Milano in bicicletta, con il pavè come unico avversario – che è finita con una valigia da fare e nessuna voglia di metterci niente dentro, se non qualcun’altro che possa partire al mio posto, dicevo in questa giornata posso dire di aver imparato il significato di ricredersi. 

Ricredersi è un verbo riflessivo che indica la capacità – non usuale – di ammettere un errore di valutazione, circa una situazione o una persona. 

Ricredersi penso possa avere una doppia sfaccettatura, positiva o negativa, o almeno penso la possa avere per me: oggi mi sono ricreduta bidirezionalmente.

Ho pranzato accanto a una persona che avevo preso in giro a lungo, dopo un solo incontro di cui ricordavo solo un outfit improbabile e una cerca pochezza di spirito. E oggi, tra un croissant al salame e un donut (insomma, obnubilata forse dai trigliceridi) ho scoperto che è una ragazza che ascolta, che ti ascolta.  Una che ha avuto la delicatezza di mostrarmi l’abito acquistato per il nostro matrimonio dicendomi “se pensi non sia adatto, me lo devi dire”. E io l’ho trovata una persona diretta, di quelle che vanno da A a B, e questo mi è piaciuto tanto. Mi ha salutato dandomi una abbracciatona e io ho pensato “adesso la seguo e le chiedo il numero perché sarò felice di sentirla ancora”.

Poi mi sono ricreduta su un fornitore – l’avrei chiamato amico, ma oggi mi suona meglio fornitore. Uno che invece di andare da A a B è passato da V, lei che è a un Canale di distanza, quando sarebbe bastato andare oltre alla porta di distanza che separa noi due.

E allora, alla fine di questa giornata che va in po’così, mi voglio portare in valigia solo le cose belle, che sono: chi ti fa un video messaggio di risposta a una video partecipazione, chi ti scrive noi siamo i vostri fan quindi lo spettacolo più importante è il vostro, provarmi un pantalone taglia S e vedere nei Suoi occhi che sta bene, stare in tre su un divano sempre attenti a toccarci, anche solo un pochino, così da Ri-caricarci e Ri-credere che in fondo anche questo sia stato un giorno buono.

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16.

Buon 16, piccolo cuore.
Questo è il momento della giornata peggiore, in cui addirittura un giorno ci divide. Qui è un brutto giorno qualsiasi, un inutile 15, fatto di frustrazioni e rabbia, ma anche di qualche risata di amici; li, da te, sul tuo sonno, veglia già un dolce 16, sinonimo di promesse fatte e che si faranno, sempre più grandi, sempre più belle.
Perché Tu sei l’eccezione davanti al timore della parola sempre.
Torno presto da Noi.

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16.

Perché in una notte senza stelle in cui tutto è buio e stanchezza, in cui anche le parole fanno fatica a mettersi in fila, questo numero è sorriso.
Buon Sedici.

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I (reso)conti tornano.

Ciao blog, penserai che mi sono annacata in questi mesi (te l’ho detto? Ho imparato il siculo. So cinque parole che non possono formare nessuna frase, quindi le uso liberamente a caso), ma in realtà di cose ne ho fatte. E subite.
Prima ciò che ho subito: il tempo.
Non l’ho combattuto come faccio sempre, l’ho seguito con la morbidezza di un gatto svogliato, quando muove le zampette per giocare senza convinzione. Mi sono fatta vivere dal tempo, con la preziosa consapevolezza di averne, finalmente, sapendo che il tempo non stava per finire.
E questa è stata una piccola battaglia contro la me che sono solitamente, che sono felice di aver vinto.
Adesso passiamo a ciò che ho fatto, e te lo voglio raccontare sotto forma di intervista da ombrellone, con la speranza che Signorini o Dagospia (che so seguirmi assiduamente) ne traggano spunti per una estate scarica di notizie interessanti.

La miglior vacanza al mare?
La Sicilia. Ma non miglior vacanza al mare di quest’anno (peraltro, l’unica), migliore tra le migliori. Una vacanza che mi ha abbronzato l’anima, oltre che le smagliature.

Il miglior momento della giornata?
La luce del tramonto. Una luce incredibile, che mi porterò negli occhi a lungo. Un cielo pieno di sole che combatte con una notte stracolma di stelle, e il protrarsi di questo combattimento regala un crepuscolo che si attarda appoggiandosi lento sulle acque del mare.

Il momento di massima soddisfazione?
Risalire in motorino da una cala di un azzurroblu che nessuna foto racconterà mai, dopo un tragico episodio di scontro con una entità aliena urticante (gli esperti studiano ancora quello strano essere, che probabilmente non esisteva nemmeno), e bersi una granita con la spremuta d’arancia dentro.

Il momento di massima soddisfazione alcolica?
I Moscow Mule e i Daiquiri davvero #perfetti, accompagnati da dei vezzosissimi mini wurstel (tipico cibo siciliano).

Il momento di massima soddisfazione alimentare?
Il momento è durato esattamente 9 giorni. Ogni ingrediente aveva un sapore nuovo, vero, e persino gli odiati capperi mi parevano cibo del Signore.
Direi che le bacinelle di spaghetti alle vongole vadano comunque citati a primo posto, insieme alla scoperta del cannolo alla ricotta mangiato come morbido aperitivo nella ventosa Erice. Mettere in bocca del cibo e avere i lacrimoni agli occhi forse non mi succedeva da quando mia mamma da piccola mi faceva le chioccioline alla panna, che per me erano e rimangono il cibo del Signore.

Il momento di massima soddisfazione professionale?
Finire una cena completamente ubriaca e trovarmi nella casa delle estati di Carla Accardi, avvolta da una nube di gelsomino albanese (lo conoscete? In caso contrario, voi non siete umani che conoscete il Profumo), essere interrogata davanti a una fotografia e dare la risposta corretta. Ancor oggi conscia di essere stata indecisa tra David Lynch, Paperoga e Batistuta.

Il Momento?
Ecco, il Momento è stato su una spiaggia, quando Lui si è alzato per sussussarmi all’orecchio Se non fosse per la nostra dama bianca, io non vorrei tornare a casa.
In quell’istante avrei chiesto solo una schiscietta abbastanza grande per farci stare dentro quel Momento, e portarlo come un ciondolino al collo per sempre, più di sempre.

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Playlist.

Oggi, dopo anni di pensosità e di pigrizia, ho deciso di cambiare la mia playlist dell’iphone.

Dall’ultimo furto del pc la mia sincronizzazione se n’era mestamente andata, e da tanto, troppo tempo mi trascinavo dietro canzoni che stancamente ogni mattina mandavo avanti, come se niente si accordasse più con le mie note.

Il problema è che le canzoni si attaccano a te come certe croste sulle ferite, cazzo. Se ti ostini a toglierle nel momento sbagliato, son dolori.

Ma oggi, dopo anni di pensosità e di pigrizia, ho sentito che la mia pelle era fresca, e pronta per nuove ferite, pronta per nuove carezze.

E ho cancellato anni di canzoni, per sostituirle con nuove, timide, promettenti.

 

Ci ho messo Silvestri, perché è stato uno dei concerti che Noi abbiamo più amato.

Ci ho messo i Subsonica, perché è stato uno (…) dei concerti che Noi abbiamo più ballato.

Ci ho messo Pharrell, perché sarà uno dei Nostri concerti.

Ci ho messo De André, per quanto è stato arrabbiato e innamorato della vita.

Ci ho messo Lana del Rey, per quando voglio deprimermi in (non sotto) metropolitana.

Ci ho messo Mazzy Star, per quando voglio che la musica abbia un volume più alto della vita.

Ci ho messo i Doors, i Queen, Lou Reed e i Pink Floyd, perchè quella musica non ci salverà, ma si salverà.

E poi ci ho messo questa canzone, che mi ricorda quando Noi eravamo solo noi.

Ed in questa sera in cui mi addormenterò lasciando il posto alla notte che inizia il turno, voglio farmi cullare dalla meraviglia di una lettera maiuscola.

 

 

 

 

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Lettera al futuro.

Buon quarto Natale, piccolo cuore.

Avrai i regali per scaldarti fuori e dentro, ma il biglietto te lo metto qui, nel posto in cui ogni tanto sbirci con quel musetto furbo.

Voglio che il 2014 ti porti grandi cose: un lavoro che ti rispetti, ti faccia sentire finalmente quanto sei brillante, ti strappi sorrisi orgogliosi.

Un anno di corse, non di quelle che sei costretto a fare perché sei in ritardo, bensì di quelle che decidi di fare, per non essere mai in ritardo sulle tue aspettative. Questo te lo regalo perché il sorriso che mi rivolgi ogni volta al traguardo mi fa sentire la donna migliore del mondo.

Ti regalo qualche kg in meno, non perché non piaci a me, ma per piacere di più a te. Perché, sulle calde spiagge di un’estate siciliana, come dici tu, ci si possa guardare fieri di ciò che abbiamo ottenuto.

Un futuro più sereno, accanto a una persona che ti deluda sempre meno, e ti indovini sempre più. Perché conoscersi non significhi mai, mai, darsi per scontati. Perché ogni giorno sia una vittoria per ciò che saremo, e una sconfitta di ciò che eravamo.

Un costante, immenso, flusso di amore, che non sia mai sottovalutato: anche quando le nubi offuscano la vista, o la nebbia ci attorciglia il cuore. Perché poi, ce lo dimostrano tutti gli aerei presi insieme, sopra le nuvole ogni giorno è un giorno di sole.

Non so quanto ci porterà il nuovo anno: so però quanto ci hanno portato questi. Ogni anno insieme è il migliore degli anni vissuti.

Ti amo, in questo come in ogni Natale. Ma soprattuto negli altri 364 giorni, senza la neve, i regali, le campanelline, i brindisi, il camino.

 

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to strive, to seek, to find, and not to yield.

In fondo il mondo è diviso in due, ci sono gli Ulisse e i mangiatori di fiori di loto, quelli che vogliono solo dormire nel buio che colora tutto di nero notte.
Io mi sono sempre sentita un Ulisse: ho sempre pensato che ci sia sempre un orizzonte, e che l’orizzonte non abbia fine. Ho sempre creduto a qualcosa oltre l’arcobaleno, alla pentola d’oro alla base, alla pianta di fagioli: tutte stronzate favole che però hanno sempre spostato il confine, concedendoti il sogno di sognare più in grande, in largo, in lungo.
Lo vedevo ieri, in una coppia di amici, lei si lamentava del temporale mentre lui sognava già l’arcobaleno che sarebbe arrivato. L’ho visto negli occhi di Lui, quando mi ha detto dai, partiamo di nuovo, se non ora quando. Ed io sono pronta a cercare nuovi arcobaleni insieme, nel nostro mondo in cui la pioggia è solo una scusa per stare più vicino.

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Amsterlin.

una settimana piena di vita, a rincorrerci tra canali e viali del tramonto prussiano, pedalando lontano da tutto, sotto gli occhi curiosi di animali ormai rari, o vicino a tutto, con un pedale che ti fa andare solo avanti, in una città che ti fa andare solo avanti.

Poi però ti ferma un acquazzone improvviso, con il freddo del Nord che ti trapana le vene, o una spianata di blocchi di cemento tra le ambasciate e gli hotel lussuosi, e lì un freddo diverso te le trapana, un freddo al cuore.

Essere continuamente circondato da gente che vuole risplendere insieme alla nostra luce, tanto da non aver quasi mai un attimo vuoto – e stupirsi sempre un po’ di quanto gli altri vivano bene con Noi, e ritengano un tempo di qualità quello passato insieme.

Trovarsi in un parco dove è legale persino fare l’amore, e fare l’amore con le risate, il sole che accarezza i visi e fa scintillare il biondo della birra fresca. Camminare inutili km ed avere qualcuno al tuo fianco che, pur sapendo quanto siano inutili, ti dice prendendoti il fianco Dai, passeggiamo ancora un po’

Svegliarsi la notte e trovare un gatto dagli occhi neri come le notti senza le stelle che ti fissa silenzioso, per poi scappare via con i tuoi pensieri all’alba, facendoti risvegliare con la mente finalmente leggera.

Tutto questo, insieme. Il tempo migliore. Il Nostro.Immagine i

Berlin, Jewish Museum

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Berlin, Martin Kippenberger @ Hamburger Bahnhof

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Amsterdam, Café Brecht

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Amsterdam, The Queen

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