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Distanze.

La persona che amo, e due delle persone a cui voglio più bene, si trovano sparsi per il mondo, in questi giorni.E io, per non essere da meno, scrivo da un aereo, con musica troppo alta, per non sentire nulla che non siano i pensieri.

E rifletto sulle distanze, quelle geografiche, citate qui sopra, e quelle tra caratteri di donne diverse, con cui ho avuto modo di condividere un giorno abbondante.

Di quelle ragazze, un paio mi hanno colpito positivamente: persone interessate, che per me di conseguenza diventano interessanti. Con una ho parlato di lavoro e dell’incapacità di farsi valere come professioniste, con l’altra ho parlato di lavoro e dell’incapacità di farsi capire come educatori di persone difficili. Due posizioni diverse, che passando dall’India alle nebbie emiliane mi hanno comunque appassionato. Con una ho addirittura fatto un brain storming religioso, stremate da una giornata di inconsistenze. Poi c’è lei, l’Amica per cui siamo lì, lei che alla fine di un weekend é così tremendamente e dolcemente umile da chiedersi se si merita l’amore che le diamo. Io alla fine di un weekend così avrei scritto probabilmente un post esuberante stile Una notte da leoni, e invece no, arriva lei con quella tenerezza disarmante.

Lei che si fa piccina davanti a caratteri che la sovrastano, la schiacciano, la stringono in un angolino, lei che non solo non si lamenta mai, ma non pensa nemmeno ci sia motivo di lamentarsi. 

Per lei, mangiandomi le mani, ho lanciato l’ennesimo progetto che mi divorerà il tempo condendolo con la bile che mi rende a tratti intollerante per le persone che non (mi) ascoltano.

Ma lei se lo merita, sta per avere il Giorno che sogna da 32 anni. 

E in un giorno che sicuramente avrà qualcosa di imperfetto, spero di poterle regalare qualche lacrima di soddisfazione, e la sensazione profonda e bellissima di meritarsi quella felicità.

Buona Vita Amica Mia. 

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Prenatalizio.

Sabato sono scesa per una gita di amicizie varie, per incontrare una serie di emigrate come me che a Natale si radunano tutte sotto la benevola ombra del nostro campanile bianco.
Una giornata frenetica, più che vederle ho dovuto rincorrerle, ma poi come ha detto Lui, sempre saggio, il giorno dopo sarai contenta di averlo fatto.
Ne ho vista una che si è commossa quando le ho chiesto di essere la mia testimone, e mi ha risposto, stupendomi, che per lei è un onore. Che si impegnerà a farlo al meglio. E io, che non ho dubbi sulla sua performance, sono rimasta colpita e ammaliata dalla serietà che mi ha dimostrato. Lei che sa che l’Amore è sacro, specie se combattuto.
Poi ne ho visto una, la più dolce di tutte, che si è commossa quando mi ha detto arrivederci. Anche questo mi ha colpito, vedere che a qualcuno manchi tanto, che davvero la tua presenza come amica fa la differenza. Lei avrà un Natale triste ma sorride sempre, lascia sempre posto a me per parlare. Lei non parla del Suo giorno, per farmi parlare del Nostro.
Poi ne ho vista un’altra ancora, che mi stupisce sempre meno. Una a cui ho scritto ti voglio bene e mi ha risposto grazie, che è una bella risposta, forse non quella giusta. Forse, perché io non le voglio bene perché me ne vuole lei: gliene voglio perché la rispetto.
Mi sono addormentata nella camera di una me adolescente, indugiando su tutta una vita appena alle pareti. Su armonie diverse, sulla fitta di dolore per non essere nel letto che desideravo ricoprire.

E oggi, ora, seduta su un tram pieno di luccichini, pensando alla buffa ragazza che ci fa sempre ridere, che torna con un fornetto per la fonduta come bagaglio a mano, a chi soppesa la gioia di una casa nuova, a chi non condivide il vino buono con gli amici, a chi vuole sconfiggere la morte, a chi la calpesta con un paio di trampoli.
Alla gioia di poter dire Ciao, sono io, torno da Voi.

On air: Blondie, Heart of Glass (che poco c’entra, ma è partita mentre scrivevo le ultime parole, e mi ricorda uno dei balli più felici del 2014).

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to strive, to seek, to find, and not to yield.

In fondo il mondo è diviso in due, ci sono gli Ulisse e i mangiatori di fiori di loto, quelli che vogliono solo dormire nel buio che colora tutto di nero notte.
Io mi sono sempre sentita un Ulisse: ho sempre pensato che ci sia sempre un orizzonte, e che l’orizzonte non abbia fine. Ho sempre creduto a qualcosa oltre l’arcobaleno, alla pentola d’oro alla base, alla pianta di fagioli: tutte stronzate favole che però hanno sempre spostato il confine, concedendoti il sogno di sognare più in grande, in largo, in lungo.
Lo vedevo ieri, in una coppia di amici, lei si lamentava del temporale mentre lui sognava già l’arcobaleno che sarebbe arrivato. L’ho visto negli occhi di Lui, quando mi ha detto dai, partiamo di nuovo, se non ora quando. Ed io sono pronta a cercare nuovi arcobaleni insieme, nel nostro mondo in cui la pioggia è solo una scusa per stare più vicino.

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Amsterlin.

una settimana piena di vita, a rincorrerci tra canali e viali del tramonto prussiano, pedalando lontano da tutto, sotto gli occhi curiosi di animali ormai rari, o vicino a tutto, con un pedale che ti fa andare solo avanti, in una città che ti fa andare solo avanti.

Poi però ti ferma un acquazzone improvviso, con il freddo del Nord che ti trapana le vene, o una spianata di blocchi di cemento tra le ambasciate e gli hotel lussuosi, e lì un freddo diverso te le trapana, un freddo al cuore.

Essere continuamente circondato da gente che vuole risplendere insieme alla nostra luce, tanto da non aver quasi mai un attimo vuoto – e stupirsi sempre un po’ di quanto gli altri vivano bene con Noi, e ritengano un tempo di qualità quello passato insieme.

Trovarsi in un parco dove è legale persino fare l’amore, e fare l’amore con le risate, il sole che accarezza i visi e fa scintillare il biondo della birra fresca. Camminare inutili km ed avere qualcuno al tuo fianco che, pur sapendo quanto siano inutili, ti dice prendendoti il fianco Dai, passeggiamo ancora un po’

Svegliarsi la notte e trovare un gatto dagli occhi neri come le notti senza le stelle che ti fissa silenzioso, per poi scappare via con i tuoi pensieri all’alba, facendoti risvegliare con la mente finalmente leggera.

Tutto questo, insieme. Il tempo migliore. Il Nostro.Immagine i

Berlin, Jewish Museum

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Berlin, Martin Kippenberger @ Hamburger Bahnhof

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Amsterdam, Café Brecht

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Amsterdam, The Queen

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Morte (di caldo) a Venezia.

Dolce momento amarcord, rifare la valigia per Venezia.

Ci ho messo dentro quello che mio padre chiama Il vestito di Venezia, mi ricordo ancora la prima volta che l’ho messo, c’era lui, alla cerimonia finale di un corso splendido, incontrato per caso, guadagnato con valore. Ero partita per Venezia con una valigia piena di vestitini freschi (mai freschi abbastanza), scappando da un rapporto che non amavo, pronta a farmi amare da una città da cui diventi morbosamente dipendente.

E ora, rimettendo quel vestito in valigia, quasi sette anni dopo, penso a quanta acqua è scorsa piano, in quei pigri canali, quante stelle han brillato languide nelle acque, a quanti sogni si son messi a dormire sulle rive malinconiche della laguna.

e in questo weekend è stato come tornare a quei giorni di studentezza, con persone lontane e vicine a te, entusiaste come te davanti a un quadro, capaci di un tour de force sfiancante per calli e campielli, sempre pronte a conoscere, voraci, insaziabili.

Poi finisci sul balcone di una principessa che il giorno successivo deve andare a un ballo, e capisci dove si sono ritirate a vivere le fate.

Tornata a casa sfinita, ho rimesso a lucido il Nido, come uno scoiattolo previdente, per accoglierCi, perchè con Te dove siamo non è importante, l’importante è Esserci.

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Padiglione Scandinavia, Giardini.

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Sonnabend Collection @ Cà Pesaro.

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Arsenale.

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Stingel @ Palazzo Grassi.

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Le regine di Basilonia.

Weekend diverso, questo appena chiuso.

Ho accettato un invito last second dalla amica più urban chic che ho, per partire  immergendomi in una puntata di “roba da ricchi”.

E così mi trovo un’amica ancora poco amica sotto casa, in un sabato mattina di sole, con una vecchia macchina decappottabile ed una faccia di chi sfida la vita, una vita avara, crudele, implacabile, che però a quelli come lei non riesce a far passare la voglia.

E così partiamo, prima tappa il tragico check in dei gitanti, cumenda con camicia azzurrina e voglia di far rombare un motore nuovo di pacca.

Ci troviamo con dei compagni di viaggio semplici, belli come le persone semplici, e curiosi, di quelli che tanto sanno ma tantissimo vorrebbero sapere. E cominci a parlare, di barche, arte, viaggi, neve, balene che innalzano code immense e ti fanno sentire piccolo, canzoni stupide stonate con accompagnamento di risate.

Passi sei ore in macchina – SEI, manco fossi in daylight trappola nel tunnel – e appena arrivi hai già voglia di ripartire a vedere, imparare, sentire.

Di questo viaggio le istantanee che voglio ricordare sono un hotel che sembra un po’ un non luogo, che ti delude con una inspiegabile puzza di crauti in camera, ma recupera punti con delle briochine trasudanti gianduia; un parco acquatico improbabile per rilassare il corpo, ma poi tutti preferiscono stressare la mente; la sensazione che niente di più bello possa esistere delle linee del tramonto che disegna nuove luci sulle Ninfee di Monet della Beyeler; lo scoprire che i parcheggi blu non in tutto il mondo sono quelli a pagamento, ma in tutto il mondo, persino in svizzera, mezz’ora prima della fine dell’orario di pedaggio nessuno paga; il cenare in una legnosa stube, fingendo che sia inverno e sudando felice davanti a piatti stagionalmente sbagliati; la certezza che con il tuo stipendio italiano sopravviveresti due giorni a Basilea, poco di più; l’amarezza di quelle feste in cui tre coraggiosi fuori tempo si dimenano in mezzo la pista, e gli altri stanno a fare i wallflowers regalando giudizi non richiesti; la morbidezza di un dejeuner sur l’herbe davanti ad una fontana irrequieta; l’immenso orgoglio di poter dire Si, ci sono andata, ho visto, io c’ero; il delirio di onnipotenza che una vip card può darti; la certezza che c’è Qualcuno per cui tornare, ogni volta che parti. 

Negli occhi, questo:Immagine

Chen Zhen, Galleria Continua

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Tinguely Foundation

ImmagineKiki Smith, Art Basel

 

 

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