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Le vite degli altri.

Vivo un momento di riflessione sulle amicizie che mi sta appunto facendo pensare tanto a quelle che sono le vite degli altri.

Ho avuto modo di passare recentemente tempo con persone che considero amiche e Amiche, ma l’uso della maiuscola è stato a conti fatti l’unico dettaglio a renderle diverse. alla fine di queste ore passate insieme, ore in cui io ho dato nutrimento alla mia curiosità, per il loro mondo, i loro pianeti, perché voglio sapere tutto delle stelle che guardano la notte, dopo tutte queste ore io mi sono resa conto di non aver raccontato niente.

E questo mi ha reso tristissima.

E mi ha reso anche colpevole, perché il solo pensiero mi ha fatto sentire egoista. 

Perché io sono così, non riesco a prendere su il telefono per raccontare le mie storie, penso sempre che gli altri abbiano delle vite diverse con problemi per loro maggiori. E allora le metto in un cassetto, le chiudo lì, le riapro nelle giornate di spleen come oggi.

E mi ha fatto sentire tristissima il pensiero che poco tempo fa io sono stata infelice, anche solo per qualche giorno, e non ho avuto il coraggio di dirlo a nessuno. Perché come ho avuto invece il coraggio di dire a qualcuno, è difficile deludere le aspettative di chi pensa che tu stia bene. È molto tanto difficile per me ammettere che a volte non si sta bene, in queste vite imperfette che amiamo. 

E alla fine di queste ore con le amiche, io ero felice di averle fatte parlare. Perché io sono interessata a loro. Ma ho guardato da fuori le vite degli altri e per un attimo ho pensato “ma nessuno è curioso della mia trama?”. 

Le piccole vanità di quelli che devono sempre farsi una domanda, e farebbero prima a farla agli altri.

Però una cosa la so: ci sono due persone che mi ascoltano. Sempre. E ho la presunzione di pensare che lo faranno sempre, non per chiedermi ora di un attimo di infelicità passata, ma con la delicatezza e il sentimento che li motiva ad essere anche, probabilmente, gli unici lettori del mio blog con i quali non sono sposata.

Vi voglio bene. 

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All the single ladies.

Oh.

Oooooh.

Dopo anni di emancipazione, dopo che mio marito mi ripete che io sarò il marito della coppia, dopo tutti i luoghi e tutti i laghi (che poi: ci dimenticheremo di Dante, ma verosimilmente ci ricorderemo sempre di Scanu), ritorno a voi amabili e amati lettori con una parentesi di puro femminilismo.

Ho ricevuto un anello con una pietra grande così grande che se fosse un neo lo togliereste , se fosse un brufolo lo odiereste.

Ma è un anello, il Mio anello, e io lo amo.

Io sono il suo Padron Frodo, lui la mia pietra filosofale. Mi illumina la mano come i fari illuminano Paola Ferrari.

Ah, e poi.

Non è che l’ho ricevuto e basta.

Facile così.

L’ho ricevuto in una locanda, su una collina, in una torretta, soli io e Lui (e Miele, perché in ogni scena epica della vita non manca mai un gatto, ci ho pure fatto una tesi una volta).

Insomma, sindacato dei fidanzati: alzate le tabelle con gli standard 2015.

Lui ha fatto di più.

E io lo sposo.

E con tutta la femmeinità di questo posto, inforco la calzamaglia e ve la canto:

 

 

 

Ps. Non dite in giro dell’anello, vivo nel terrore di essere amputata. Spero che all’amputatore serva più un arto inferiore nel caso.

Nel frattempo, mi compro dei guantini color diamante così distraggo i curiosi con la mia proverbiale sobrietà.

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Corsi e ri(n)corsi.

Vi narrai del mio esordio da corridora. Ma non del perché.
Erano giorni in cui volevo correre più forte da una realtà alla quale non ero più allineata, a un ritmo discordante, come quello di certe sonate disarmoniche.
E mi piaceva l’idea di fare una cosa in più accanto a Lui, condividere una sfida, ricevere un abbraccio e un complimento alla fine della fatica. Mi piaceva il silenzio che si creava mentre correvamo, non uno di quei silenzi grevi, un silenzio leggero, azzurro chiaro: un silenzio di chi corre più veloce dei pensieri (e di chi ha i bronchi marci, anche).

Poi Lui è partito, per un viaggio un po’piu lungo di quello indicato dalla compagnia aerea, e io mi sono piantata come un vaso di catcus, ferma e impedita al sole.
Perché senza di Lui io non voglio correre, né stare ferma. Non voglio essere.
Poi ho deciso di correre una volta senza di Lui, ma per Lui: all’inizio le gambe non ne volevano sapere, non trovavo la canzone giusta, il fiato si rompeva come certi singhiozzi di quelle notti, ma dopo un po’ ci sono riuscita. Ed é stata la corsa più bella, perché in ogni progresso che facevo il carburante era la voglia di raccontarTelo, di saperTi fiero, sorridente, dentro e fuori dal cuore.

E adesso non vedo l’ora che sia dopo, per correre via di nuovo insieme. Perché quando ami qualcuno, niente ti dà più gioia di ricominciare un passo, un giorno, un viaggio, una corsa, una vita insieme.

Mi sei mancata anche quando mi divertivo, e questo è speciale.

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#Perfetto

Tanto si é parlato dell’abuso di hashtag, che mi sembra giusto #direlamia.
Nello specifico, ci siamo chiesti (io e qualche collega di blog, ma magari anche altri curiosi), cosa si meriti l’hashtag #perfetto, cosa ti aspetti di trovare quando fai quelle inutili ricerche a soggetto. E allora ve lo dico, cosa mi aspetto di trovare io, o quantomeno cosa ci ho trovato in questi giorni:
– la sensazione immensa che si prova qualche minuto dopo l’orgasmo. Non subito, perché subito prima devi capire cosa é accaduto, se la locomotiva che ti ha appena investito sia vera o meno, poi guardi la persona sconvolta accanto a te, sorridi, la baci, e io solitamente indugio qualche momento perfetto sdraiata, in quella sensazione termica stranissima per cui non hai né troppo freddo, né troppo caldo, quando i tuoi sensi sembrano cinquemila, e non soltanto cinque, e gli ormoni della felicità ti stampano quel sorriso ottuso in faccia. Ecco, questo per me é il #momentoperfetto.
– vedere Lui sulla sua bicicletta nuova, emozionato e sudato, che rientra dalla sua prima scampagnata, accompagnando finalmente da dei buoni pensieri. Ed essere orgogliosa di Lui, perché ci ha creduto, e ce l’ha fatta, a trovare una nuova emozione. #fidanzatoperfetto
– ricevere una delle più forti notizie lavorative ever, e avere finalmente la consapevolezza che a volte, poche volte, i buoni vincono. #lavoroperfetto
– trascorrere qualche ora con la mia famiglia sgangherata, due separati, due gay, un cane Zoppo, una nonna smemorata, un cane senza occhi, io e Lui. Essere sottoposta alle forche Caudine della prova costume dopo un pranzo luculliano, e avere la conferma che per la tua famiglia non sarai mai grassa, pallida, brutta. #famigliaperfetta
– ascoltare una Amica triste, ricordare che tu ci sei anche per questo, per tramutare qualche lacrima in sorriso. Perché lei é una buona, buonissima, e tu hai appena scoperto che qualche volta le buone vincono. Regalarle degli anellini, per farla sentire amata, perché l’amore a volte usa parole cattive ma solo perché é preda della paura. #amiciziaperfetta
– finire questa pausa pasquale dal nostro amico che ha atteso 40 religiosissimi e perigliosi giorni della nostra Quaresima da pizza ed ora é pronto a sbocciare la bottiglia migliore. #fantagiudiceperfetto ma anche un po’ #doppiamozzarellaperfetta.

Buona Pasqua piccoli amici che leggono.

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Runaway train.

Ogni settimana prendo due treni. Uno triste ed assonnato che va verso il Nord, uno emozionato ed esausto verso il Sud.
Ho il sedere omologato a qualsiasi tipo di seggiolino, e mi circondo delle persone più strane. Perché chi prende un treno ha sul volto impresso il motivo del viaggio, lo leggi nelle rughe o nei sorrisi, lo percepisci ascoltando con indifferenza le chiamate. Ci si parla con gli occhi per commentare un passeggero più strambo del solito, si rimane zitti davanti alla sfuriata di un controllore nervoso.
Si va tutti da qualche parte, o si torna, ma a differenza della macchina qui il viaggio un po’ lo subisci. Decide lui quanto correre, quanto fermarsi. È un po’come la vita, il treno: tu definisci le mete ma le modalità non le dominerai mai del tutto.

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura
e prima di pensare a quel che stava a fare,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura,
il mostro divorava la pianura…

Francesco Guccini, La locomotiva

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Sabato pomeriggio.

Passerotto non andare via cantava Claudio, ed invece in un giorno di inverno un passerotto è tornato.
Ho avuto un messaggio strano, poi una email buffa, poi un incontro tenero, con la mia professoressa preferita del liceo, quella che urlava il mio nome come si fa con i discoli, ma lo faceva sempre con un sorriso furbetto.
L’ho ritrovata dopo anni timida e piccolina, alla ricerca di un consiglio che forse era più una richiesta di esserci. Mi ha detto una frase dolcissima, che mi ha avvolto il cupree di tenerezza: mi ha guardato con quegli occhietti tenaci e mi ha confessato Ti ho chiamata per aiutarmi non pensando alla professionista che sei, ma alla mia studentessa che eri, quella che faceva le versioni con il sorriso e che già sapevo sarebbe diventata quella che sei. Mi ha confidato che la vita le ha fatto tanto male, e le ha tolto pure la possibilità di arrabbiarsi troppo altrimenti si ammala, ma lei é ancora li, pronta ad arredare le pareti dei suoi anni con nuovi quadri, dopo che chi lei amava se li è portato via insieme alle sue certezze.

qualche giorno dopo, dandole alcuni consigli che mi aveva chiesto, mi ha salutato dicendo “parlare con te ha reso il mio sabato pomeriggio da triste a brillante” ed io ho sorriso, sapendo che se ora posso migliorarle il sabato pomeriggio è perché sono persone come lei che mi hanno costretto e convinto a tirar fuori le palle.

(No dai, il video di Baglioni non lo posto).

 

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Asleep from Day.

piccoli amici che leggono ciao, in queste righe se guardate con attenzione sono nascosti i miei ultimi atomi di energia.

Sono quei puntini brillanti – no, non quelli che sembrano goccioline d’acqua, quelli sono starnuti che esplodono a caso sul pc – che pulsano sotto il cappuccio della mia felpa, tirata su per nascondere i capelli confusi e per riparare due occhi pesanti.

Occhi grigi, come mi dicevano ogni tanto da bambina, come si scrive sulla carta di identità quando vuoi fare il figo e un po’ non sai bene distinguere i colori: occhi puntati avanti, come dicevo oggi a Lui, ma all’avanti prossimo, non a quello lontano.

Lui che oggi è chiuso in un mondo che non può piacergli, che infrange i sogni come i cristalli liquidi sullo schermo della tua vita, e li fa correre lontano, dove vorrebbe correre lui, dove ha paura di non trovare un traguardo.

E allora gli dico, spostiamolo questo traguardo. Quando abbiamo paura di non arrivare al domani, il segreto è pensare che la nostra meta sia in realtà il dopodomani. Corriamo sapendo che l’importante non è dove arriviamo, ma dove pensiamo di dover e poter arrivare. Il traguardo è il punto in cui cadono i sogni che lanciamo alla partenza.

In questi giorni di lontananza mediatica ho potuto leggere dolci parole che nascevano dalle vib(e)ranti discussioni avute con il mio amico di penna tasti, una sulla malinconia e la tristezza e l’altra sulle persone che Ascoltano.
Sulla seconda, sorrido pensando a un’amica che ieri si è presentata in ufficio da me con due calici di vino, a cui io ho affidato una bottiglia autografata da me, che aspetterò di bere quando sarà tornata da un mondo sabbioso e dorato, magari per festeggiare un nuovo traguardo della sua corsa. In quel momento mi sono venute in mente le persone che Ascoltano, quelle a cui puoi donare un pensiero sapendo che si ricorderanno di innaffiarlo. Quelle che ti chiedono Come stai? e ti leggono la risposta prima negli occhi, e poi tra le labbra.
e invece della malinconia non parlo, non in una sera così, non io qui Lui là, non io con il suo parmigiano e lui senza i miei baci, non io con il freddo intorno al cuore e lui senza il mio corpo caldo intorno.

Have me to you
I shine along underneath your view
I’ll be the one
To let you know when you’ve come undone .

Mazzy Star + Chemical Brothers, Asleep from Day.

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Morte (di caldo) a Venezia.

Dolce momento amarcord, rifare la valigia per Venezia.

Ci ho messo dentro quello che mio padre chiama Il vestito di Venezia, mi ricordo ancora la prima volta che l’ho messo, c’era lui, alla cerimonia finale di un corso splendido, incontrato per caso, guadagnato con valore. Ero partita per Venezia con una valigia piena di vestitini freschi (mai freschi abbastanza), scappando da un rapporto che non amavo, pronta a farmi amare da una città da cui diventi morbosamente dipendente.

E ora, rimettendo quel vestito in valigia, quasi sette anni dopo, penso a quanta acqua è scorsa piano, in quei pigri canali, quante stelle han brillato languide nelle acque, a quanti sogni si son messi a dormire sulle rive malinconiche della laguna.

e in questo weekend è stato come tornare a quei giorni di studentezza, con persone lontane e vicine a te, entusiaste come te davanti a un quadro, capaci di un tour de force sfiancante per calli e campielli, sempre pronte a conoscere, voraci, insaziabili.

Poi finisci sul balcone di una principessa che il giorno successivo deve andare a un ballo, e capisci dove si sono ritirate a vivere le fate.

Tornata a casa sfinita, ho rimesso a lucido il Nido, come uno scoiattolo previdente, per accoglierCi, perchè con Te dove siamo non è importante, l’importante è Esserci.

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Padiglione Scandinavia, Giardini.

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Sonnabend Collection @ Cà Pesaro.

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Arsenale.

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Stingel @ Palazzo Grassi.

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